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MYANMAR – Kengtung e le tribù di montagna - (2013) di Lidia e Roberto

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Viaggio di Lidia Gaia e Roberto Buttura

MYANMAR

Myanmar – Kengtung e le tribù di montagna

Circa due anni fa io e mio marito abbiamo fatto un viaggio di 15 gg in Myanmar, il quarto paese del sud-est asiatico visitato dopo Vietnam, Laos e Cambogia. Forse si pensa che, bellezze naturali a parte, città, popoli e abitudini un po' si assomiglino: niente di più sbagliato! Da quello che abbiamo capito nella breve permanenza, il senso di appartenenza alla nazione, alla tribù e in questo caso, un forte sentimento religioso, fa di questi paesi un mondo diverso da scoprire ogni volta.

Sono parecchi su questo sito (www.pinuccioedoni.it) i viaggitori che hanno scritto del Myanmar e di solito il tour tocca sempre le stesse località, viste con occhi diversi e impressioni diverse. Perciò avevo deciso di lasciar perdere questo diario di viaggio vista l'abbondanza di racconti. Però Pinuccio mi ha incoraggiata (parecchio tempo fa) a scrivere quello che noi abbiamo fatto al di fuori dell'ordinario.

Nel costruire il nostro viaggio attraverso quelli che sono gli abituali siti turistici, mi ha incuriosito e affascinato ciò che scrisse un grande giornalista e viaggiatore che ha amato molto l'Asia e di cui ho un'ammirazione sconfinata, Tiziano Terzani.

Ho voluto seguirne timidamente le orme nella regione orientale, al confine con Thailandia, Laos e Cina, nella regione Shan, quello che una volta veniva chiamato “triangolo d'oro”, regno dei signori della droga e che ha come capitale Kengtung, un avamposto in mezzo a montagne dove vivono tribù che pochi mutamenti hanno avuto rispetto a secoli fa. Ora naturalmente le cose sono cambiate e agricoltura e turismo sono la risorsa principale. Arriviamo in mattinata con un piccolo aereo che sbarca merci e passeggeri senza spegnere i motori (tipo autobus) e via subito per altra destinazione. Ci accompagnano oltre la nostra fidata guida Oo (detto anche Giulio), l'autista e l'interprete-guida per il trekking nei villaggi sulle colline: due turisti e tre accompagnatori, ci va di lusso!! Alberghi ce ne sono pochi, uno discreto e.... gli altri no! ... ma non fa niente, siamo qui nel posto dove volevamo essere. Domani ci aspetta una bella incognita perchè, nonostante si siano cercate informazioni sulle difficoltà del trekking, poco abbiamo saputo. Mio marito di solito quando c'è da camminare sbuffa ancora prima di muovere un passo. Io ero un po' preoccupata. Secondo giorno: un'ora di strada in auto per pochi chilometri, strada dissestata, quella famosa descritta da Terzani costruita con il lavoro forzato dei prigionieri politici, che porta verso le colline. Fine della strada. Ci carichiamo delle nostre cose e si parte per l'avventura, torrente da attraversate su pali di legno, ripide salite nella boscaglia seguite da discese altrettanto ripide. Mio marito terrorizzato vuole tornare, pensa di non farcela fisicamente e mi accusa di aver voluto fare una cosa impossibile. Il paesaggio è selvaggio e incredibile, terrazze di riso e foresta, arriviamo al primo villaggio, ci vengono incontro i bambini, poi le donne con indosso bellissimi e originali copricapo che distinguono le varie tribù. Non passano molti turisti, perciò la curiosità è grande, soprattutto da parte dei bambini; hanno piccoli oggetti artigianali da vendere, braccialetti, piccole borse e anche i loro copricapo! La sosta di un'ora insieme a donne e bambini è passata in un attimo. Stupisce nella parte alta del villaggio trovare una chiesetta: sono cristiani e ogni tanto viene un missionario a battezzare.

Dopo un pic-nic alquanto agreste, riprendiamo faticosamente la via; incontriamo una comitiva canadese arrivata dalla parte opposta, mi rinfranca vedere che ci sono persone più anziane di noi. Risaliamo un'altra collina e ci accorgiamo che ci stiamo avvicinando ad un villaggio sentendo delle grida di bambini, ci vedono e si fanno tutti intorno a noi poi riprendono il loro affascinante, divertente gioco: correre su e giù per la polverosa strada rossa sollevando più polvere possibile. Al villaggio degli Ann ci accoglie il capovillaggio sciamano, (loro sono animisti, a differenza di quelli della collina di fronte) sulla veranda della sua casa, attorniato da molte donne e bambini, ci parla della vita del proprio villaggio, chi lavora al telaio, chi fabbrica braccialetti per turisti... molte donne masticano betel. Un rudimentale acquedotto di bambù porta l'acqua attraverso il piccolo villaggio. Qui il tempo sembra essersi fermato. Nel tardo pomeriggio riprendiamo la discesa dove ci aspetta il fuoristrada, stanchi ma consapevoli di aver vissuto una giornata straordinaria. Vicino alla città un altro villaggio della tribù dei Palaung, più urbanizzato, anche loro con i caratteristici costumi tribali. Il terzo giorno è quasi obbligata la visita al mercato dove confluiscono le persone dai villaggi vicini e qui si nota la grande varietà di usi e costumi che ancora caratterizza questa regione del Myanmar. Visita alle pagode e monasteri più belli e poi alla missione cattolica fondata molti anni fa da un missionario lombardo. Così ne parla in uno dei suoi reportage di viaggio T.Terzani ... “La missione cattolica di Kengtung (in Birmania, tenuta da anziane suore cattoliche italiane, n.d.r.) divenne presto rifugio di tutti i disgraziati della regione. Gli storpi, i mentecatti, gli epilettici, le donne abbandonate dai mariti, i neonati col labbro leporino, lasciati morire da una società che considera ogni menomazione fisica come il segno di una grave colpa della vita precedente, per cui va espiata senza la misericordia altrui, trovano qui da mangiare e un tetto......) ... T.T.” Una suora birmana ci accoglie parla un po' italiano e ci racconta della missione. Kengtung è una città che merita una visita, ha bellissimi templi, alcuni svettano dorati sulle colline circostanti, il mercato molto animato e pittoresco; la sera non si può uscire, non perchè sia pericoloso ma perchè non c'è nessun posto dove andare e poi manca completamente l'illuminazione stradale, in centro per andare dalla pensione alla trattoria ci si muniva di torce: anche questo ha fatto parte del fascino di questo posto non ancora contaminato dal turismo di massa! Poi il solito aereo-autobus ci ha portato a Mandalay.

Lidia

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