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LIBANO - (2010) di Carla Polastro

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Viaggio di Carla e Gianluca

LIBANO

LIBANO

16-23 MAGGIO 2010

 

Diario di Viaggio 

 

 

"All'orizzonte ancora lontano davanti a noi, sulle ultime propaggini delle nere montagne dell'Anti-Libano, un gruppo immenso di gialle rovine, dorate dal sole morente, si distaccava dall'ombra delle montagne, e rifletteva i raggi della sera. Le nostre guide ce lo indicavano col dito e gridavano: Baalbeck! Baalbeck! Era in effetti la meraviglia del deserto, la favolosa Baalbeck, che sorgeva risplendente dal suo sepolcro ignoto, per raccontarci di epoche di cui la storia ha perduto il ricordo."

Alphonse de Lamartine, "Viaggio in Oriente", 1835

 

 

A Clementina, e alla nostra amicizia, che si può definire, ormai, d'argento.

 

Lunedì, 17 maggio:

La nostra prima escursione in terra libanese ci porta a sud di Beirut, verso luoghi dai nomi evocatori di tempi remoti: Sidone, Tiro... Anche qui, come in Asia Centrale, seguiamo le tracce di Alessandro Magno, che conquistò Tiro nel IV secolo a.C.

Percorriamo la strada costiera, in mezzo a estesissime piantagioni di banane e uliveti, sotto un cielo plumbeo. Il mare, dai freddi riflessi metallici, è sferzato da un forte vento che strapazza le bandiere e i rami degli alberi, e che solleva mulinelli di sabbia sulle spiagge deserte.

Poco prima di arrivare a Sidone (Saida), ci fermiamo presso le scarne rovine del tempio di Eshmoun, http://www.eshmoun.com

Le erbacce hanno decisamente preso il sopravvento, ma, grazie a dei fondi stanziati dalla Banca Mondiale, dovrebbe prendere presto l'avvio un progetto di ristrutturazione del sito, fra i più antichi della regione.

Eshmoun era il dio guaritore fenicio (o cananeo che dir si voglia). In epoca persiana, nella zona di Sidone, il suo culto era particolarmente sentito. Quando un figlio (maschio, ben inteso) si ammalava, era a Eshmoun che si rivolgevano i genitori, con preghiere, offerte e sacrifici. A guarigione avvenuta, si portava al tempio, come ex-voto, una piccola statua raffigurante un bimbo. Alcune di queste statue, commoventi per via del loro significato, sono ora esposte al Museo Nazionale di Beirut.

Al culto di Eshmoun è legato quello di Astarte, la "Grande Madre", sposa di Adone, che i Greci assimileranno ad Afrodite, e che veniva raffigurata seduta in trono. E un trono di pietra è difatti ancora visibile in situ.

Arrivati a Sidone, la prima tappa, quasi inevitabilmente, è al Castello del Mare (Qal'ah al-bahr), fortezza fatta erigere dai Crociati intorno al 1228, le cui mura sono state rafforzate con pezzi di colonne romane, perfetto esempio di "riutilizzo del manufatto".:-)

Qui incontriamo la prima di una lunga serie di scolaresche (maggio è il mese delle gite scolastiche per eccellenza, in Libano). Mentre lasciamo la fortezza, veniamo salutati da squillanti "bonjour" e "hello". La frotta di ragazzini, prevedibilmente, sembra più interessata a dei turisti stranieri che a questo edificio, "eredità" dei Templari...:-)

Ci attende un piccolo (e incantevole) fuori programma: la nostra guida, Madeleine, ci fa entrare in un'oasi di frescura e tranquillità, il Palazzo Debanné, http://www.museumsaida.org (ingresso gratuito).

In origine, questa magnifica dimora era una torre, fatta costruire, nel 1721, dalla famiglia marocchina degli Hammoud. I Debanné ne entrarono in possesso nel 1800. Occupata da centinaia di profughi palestinesi e da miliziani durante la guerra civile, l'edificio ha subito danni incalcolabili, ma un minuzioso restauro (non ancora del tutto terminato) l'ha riportato all'antico splendore. La struttura è quella tipica delle dimore signorili arabo-ottomane: eleganti saloni da ricevimento, profusione di mosaici, splendidi soffitti in legno intarsiato e dipinto. I piani superiori (a tutt'oggi non visitabili) sono stati, invece, aggiunti nel Novecento e presentano un'impronta più europea che mediorientale. I Debanné progettano di fare del loro palazzo un museo dedicato alla storia di Sidone.

Il souk di Sidone è un trionfo di frutta e verdura coloratissime e dall'aspetto assai invitante. Le albicocche e le ciliege, in particolare, sono una delizia!

In pochi minuti arriviamo a un'autentica meraviglia, il Museo del Sapone, http://www.fondationaudi.org (ingresso gratuito). E' stato ricavato da una "savonnerie" ottocentesca, installata in un edificio del XIII secolo, ai margini della medina. Nel 1895 divenne la residenza della famiglia Audi (fra i più importanti banchieri libanesi). I lavori di ristrutturazione, per farne un museo, sono iniziati nel 1996, e il risultato è a dir poco spettacolare! Tutto è stato fatto con gusto squisito, dall'allestimento all'illuminazione, dal gift-shop alla cafeteria. Vi sono illustrate le fasi di fabbricazione del sapone ed esposti antichi macchinari e oggetti legati all'igiene personale, come bacili da barbiere, ceramiche, raffinati contenitori di unguenti o cosmetici, spesso utilizzati anche negli hammam.

Dopo una breve visita alla chiesa greco-ortodossa di San Nicola, in un raccolto angolo della medina, raggiungiamo il Caravanserraglio dei Francesi (Khan El-Franj), fatto costruire nel Seicento da Fakhreddine II insieme a numerose altre strutture analoghe, con l'obiettivo di incrementare gli scambi commerciali con l'Occidente. Anche il Khan El-Franj segue il modello classico ottomano, con il grande cortile rettangolare, la fontana, i magazzini e le stalle al pianterreno, le arcate al primo piano, dove alloggiavano i mercanti di passaggio. Questo edificio ne ha viste veramente di tutti i colori: è stato residenza del console francese e poi dei frati francescani, infine orfanotrofio femminile. Ora offre un fresco rifugio ai turisti affranti dall'afa...:-)

Lasciamo Sidone diretti a Tiro (Sour), dove, per prima, visitiamo la necropoli romana e bizantina che, in questa stagione, appare come un grande giardino fiorito. Gironzoliamo fra variopinti oleandri, rigogliosa bouganvillea, luminosi arbusti di ibisco siriaco, alti cipressi e pini marittimi. Sulla sinistra della necropoli, al di là dei rovinatissimi ed esigui resti di un acquedotto e di fianco alle terme, si estende il vastissimo ippodromo (lungo 480 metri e largo 160), che poteva accogliere fino a 20.000 spettatori seduti. Sono state riportate alla superficie e ricomposte solo piccole porzioni delle gradinate e della spina, oltre all'obelisco centrale. In epoca bizantina, nell'ippodromo ormai abbandonato, fu eretta una cappella.

Dopo pranzo, è la volta dei resti della città romana imperiale, in riva al mare, dove si trovava il porto egizio.

La grande arena, risalente al I secolo d.C., presenta la particolarità di essere rettangolare. Come in ogni città romana che si rispetti, non possono mancare le vestigia delle terme, del ginnasio, di un tempio poi trasformato in chiesa, dei quartieri residenziali...

Rientrati a Beirut, al tramonto passeggiamo lentamente lungo la Corniche, fino agli Scogli del Piccione (Raouché, già "avvistati" ieri dall'aereo in fase di avvicinamento all'aeroporto Rafic Hariri), "landmark" per eccellenza della capitale libanese, http://tinyurl.com/32ut2pd

Martedì 18 maggio:

Oggi la nostra prima meta è il Palazzo di Beiteddine, nella regione montagnosa dello Shuf, a poche decine di chilometri a sud di Beirut. Presto lasciamo la strada costiera e prendiamo quella che si inerpica in un suggestivo paesaggio fatto di ulivi, di solare ginestra, di vigneti, di alberi da frutta. Attraversiamo piccoli villaggi abitati in prevalenza da Drusi (non a caso, questo è il "feudo" di Walid Joumblatt), dai ritmi sonnolenti, così diversi dal caos della capitale.

In agosto, Beiteddine si anima grazie al ben noto festival internazionale, http://www.beiteddine.org, ma in questa giornata di metà maggio è un luogo ancora tranquillo (soprattutto quando se ne va una scolaresca particolarmente chiassosa:-)), immerso tra cedri, rose, frutteti, nell'aria fresca dei suoi 850 metri di altitudine.

Il Palazzo fu voluto, agli inizi dell'Ottocento, dall'Emiro Bashir Shihab II, che ne affidò la progettazione ad architetti italiani. Il risultato, di grande armonia e raffinatezza, è però squisitamente libanese. I cortili, più o meno vasti e ornati, si susseguono in un affascinante gioco di prospettive, di luci e di ombre. I muri, a strisce, hanno tinte calde, morbide, che ricordano le pietre di Palmira.

Il "cuore" di questo complesso monumentale è il Salamlik, dove Bashir riceveva i propri dignitari e gli ospiti di maggior riguardo. E' un salone sontuoso, su due livelli, decorato con marmi preziosi e legni intarsiati, e dagli ampi divani di velluto. Così come le stanze circostanti, è pervaso da una luce soffusa, che filtra dai vetri colorati delle finestre. Nella penombra, si ode solo lo zampillio delle fontane, "protagoniste" immancabili di una dimora signorile mediorientale.

Passiamo poi all'hammam, restaurato in maniera a dir poco discutibile, ma che conserva ancora le tracce dell'originale eleganza. Nella prima sala, è facile immaginare i cortigiani o gli ospiti dell'emiro intenti a chiacchierare e fumare il narghilé sui comodi divani. Il frigidarium, il tepidarium e il calidarium hanno soffitti a cupola forati. I fori sono chiusi da vetri variopinti. Susan, la nostra guida, usa i suoi occhiali da sole per mostrarci che tali vetri, in realtà, hanno anche un fine decorativo, e non solo pratico.

Per ultimo, visitiamo l'interessante Museo dei Mosaici Bizantini, provenienti da varie parti del Paese e, in particolare, da Tiro, Jiyyé e  Ouzai. Il museo è stato allestito, in maniera molto semplice ma estremamente suggestiva, nelle magnifiche ex-scuderie Dar el-Wusta e Dar el-Harim. Tale raccolta è considerata fra le più importanti del Medio Oriente.

Altri mosaici punteggiano i bellissimi giardini, come una sorta di aiuole di pietra.

Pranziamo sulla piazza principale (midan) di Deir el-Qamar ("convento della luna"), http://www.deirelqamar.com, villaggio di 2.500 abitanti che abbiamo già attraversato arrivando da Beirut, e che rappresenta una delle pochissime - e felici - eccezioni nel panorama urbanistico libanese, ovvero un comune che si è dotato di un piano regolatore, che viene rispettato alla lettera.

Di conseguenza, niente orrendi palazzoni in cemento armato, da queste parti, ma case di dimensioni "umane", nello stile tradizionale libanese, in pietra e coi tetti di tegole rosse, abbarbicate lungo ripide viuzze e scalinate, e che fanno da cornice ai sobri palazzi del midan e che risalgono alle dinastie Ma'an e Shihab, allorché Deir el-Qamar era la capitale dell'Emirato dello Shuf.

In quello che fu il serraglio di Fakhreddine II, progettato e costruito da Italiani dopo il suo esilio in Toscana (dove fu ospite di Cosimo de' Medici), e ora di proprietà della famiglia Baz, è stato allestito un museo delle cere terribilmente kitsch!:-) Ma l'edificio che lo ospita è davvero di grande suggestione.

Non manca di fascino neanche la chiesa di Saidet-el-Tallé (Nostra Signora della Collina), dalla storia molto antica (come di regola, in questo Paese). Una prima chiesa, poi distrutta dal terremoto dell'859, era stata eretta al posto di un tempio fenicio dedicato ad Astarte. Quella attuale, maronita, la cui statua della Vergine Maria è venerata sia dai Drusi che dai Cristiani, risale al Cinquecento. Folle di pellegrini accorrono da tutto il Paese la prima domenica di agosto, quando si festeggia, appunto, la Madonna (il culto mariano è radicatissimo, in Libano).

La piccola moschea del midan è la più antica dello Shuf. Fu voluta da Fakhreddine I per i mercenari musulmani inviatigli in aiuto dal sultano turco. E' una costruzione molto semplice e disadorna, con la particolarità di avere un minareto ottagonale, anziché rotondo.

Di ritorno a Beirut, facciamo un giro nel quartiere di Gemmayzé, che è un po' l'emblema dello scempio urbanistico che si sta compiendo in città e, più in generale, nell'intera nazione. La speculazione edilizia sta distruggendo le rare aree verdi che ancora resistono (il verbo non è scelto a caso), insieme alle abitazioni in stile tradizionale, come "assediate" nei loro giardini, piccole e arruffate "giungle urbane", delizioso guazzabuglio di oleandri, gelsomini, rose, gerani, bouganvillea, fiori d'arancio, glicine. In rue Sursock, l'omonimo museo, attualmente in ristrutturazione e chiuso al pubblico, notevole esempio di residenza patrizia dei primi del Novecento, verrà presto totalmente "schiacciato" da un condominio di non so quanti piani, dall'architettura del tutto anodina, che metterà in ombra anche la sede dell'Arcivescovado Ortodosso e il suo splendido giardino, dall'altra parte della strada.

Scendiamo la scalinata Saint-Nicolas, che ricorda certi angoli della Plaka o di Montmartre e che conduce alla rue Gouraud, affollatissima di locali di ogni genere, fra i quali una steak-house argentina, "La Estancia", dove ceniamo (ottimamente).

Mercoledì 19 maggio:

L'escursione di oggi si preannuncia molto interessante dal punto di vista paesaggistico. Percorreremo, infatti, la Valle della Kadisha, per salire fino a 2.000 metri s.l.m., ad ammirare la foresta di cedri detta Arz el-Rabb (Cedri di Dio). La valle e la foresta sono un sito Unesco, al pari di Anjar, Baalbeck, Byblos e Tiro.

Le nostre aspettative non vanno certo deluse. All'altezza di Shekka, lasciamo la strada costiera in direzione di Besharré. Il panorama è mozzafiato: profondi dirupi, fittissima vegetazione che ricopre le pendici dei monti, con il giallo squillante della ginestra a ravvivare il verde scuro degli arbusti e degli alberi, l'azzurro intenso e limpido del cielo, il candore abbagliante della neve sulle cime lontane.

La prima sosta è al Museo Gibran, nel summenzionato villaggio di Besharré (1.400 metri s.l.m.), dove il poeta era nato nel 1883, e dove volle che tornassero le sue spoglie (morì a New York nel 1931). La sua bara è conservata nella cappella dell'ex-monastero in cui è stato allestito il museo, che raccoglie molti quadri e disegni di Gibran, oltre a libri, mobili e altri oggetti che gli sono appartenuti.

Dopo l'inquinamento e la confusione di Beirut, è un tale sollievo respirare quest'aria pura e fresca, che contrasta deliziosamente con il calore del sole. Nell'accogliente giardino del museo, "regno" di alcuni gatti bianchi e neri ben pasciuti, chiacchieriamo con Wassam, la nostra guida, che è anche archeologo e docente universitario. Nel suo francese impeccabile, ci parla di Gibran, di come il suo ateismo sia tutt'oggi assai impopolare fra i Libanesi, popolo profondamente religioso.

 

Ci illustra l'antichissima, complicatissima storia del suo Paese, da sempre crocevia del mondo mediterraneo e mediorientale. Del bizzarro mélange cananeo, persiano, assiro, greco, romano, bizantino, arabo, europeo e turco che ne è venuto fuori. Una nazione con 18 denominazioni religiose riconosciute ufficialmente e così tanti retaggi culturali diversi, al centro di una regione percorsa da interessi politici ed economici in (quasi) perenne conflitto, sfugge a qualsiasi facile "etichettatura" e la rende, inevitabilmente, un luogo che affascina e incuriosisce, ricco di contrasti, anche stridenti. Come, ad esempio, gli ancora numerosi edifici più o meno gravemente danneggiati durante la guerra civile (1975-1990), con accanto lussuosi edifici nuovi di zecca, o auto di grossa cilindrata che hanno l'aria di essere appena uscite dal concessionario, che circolano (o, più sovente, restano bloccate in interminabili e laocoontici ingorghi) in mezzo a veicoli vecchissimi, che solo la ruggine sembra tenere insieme.

Mélange che si evince anche dal loro modo di parlare: i Libanesi, infatti, mischiano continuamente parole arabe, francesi e inglesi, nelle loro - in genere assai animate - conversazioni.

In meno di mezz'ora, saliamo ancora di 600 metri e, finalmente, ci troviamo di fronte ai Cedri di Dio, di cui due dovrebbero avere circa 3.000 anni, dieci più di mille e oltre 360 alberi hanno diverse centinaia d'anni.

Prevedibilmente, la strada che costeggia la foresta è diventata una "tourist trap", con dozzine di bancarelle di souvenir che vendono tutte la stessa paccottiglia, ma basta addentrarsi fra gli alberi, e sembra che null'altro esista, al di fuori di questi "giganti silenziosi", che spargono nell'aria la loro inconfondibile fragranza. E' così piacevole fermarsi all'ombra delle radure, osservare le enormi sagome che si stagliano nitidissime contro il cielo terso...

Quando si dice il tempismo: proprio mentre ce ne stiamo andando via, in un istante arrivano nuvole bassissime, che nascondono, di colpo, la foresta ai nostri sguardi. E' come se un immenso, diafano velo l'avesse ricoperta, rendendo questo luogo ancora più magico.

Il ristorante dell'Hotel Le Cedrus, "Le Pichet", ci offre un caldo e accogliente riparo dall'improvvisa umidità. Dopo un buon pranzetto, ridiscendiamo, sempre immersi nelle nubi, verso la terza e ultima tappa della giornata, il monastero di Sant'Antonio di Kozhaya, http://www.qozhaya.com

Anche questo monastero gode di una bellissima posizione, a mo' di "nido d'aquila", e ha un significato storico-culturale di notevole importanza. Fu qui, infatti, che, nel Cinquecento, venne impiantata la prima tipografia del mondo islamo-arabo (in caratteri siriaci). Per ricordarla, in uno degli edifici che compongono il complesso monastico, è stato allestito un piccolo ma interessante museo, dove sono esposti anche manoscritti, oggetti liturgici, vesti sacerdotali, una croce tempestata di diamanti (dono di Luigi IX il Santo), attrezzi agricoli.

Nella facciata della chiesa, ritroviamo lo stesso stile del Palazzo di Beiteddine.

Ritorniamo a Beirut passando da Ehden, e solo arrivando nei pressi della costa, le nuvole, finalmente, si diraderanno del tutto. Il mare, nel punto in cui è illuminato dal sole, pare una pozza d'oro fuso.

Stasera ceniamo con due amici libanesi, Gilberte e Raymond, che ci hanno invitati in un ottimo ristorante di Ashrafieh, "Abd el Wahab" (dal nome del famoso cantante egiziano). Sediamo a un tavolo sulla grande terrazza piena di verde, al primo piano del locale. Sia le mezzé che gli spiedini sono squisiti! La serata trascorre piacevolmente, chiacchierando di mille argomenti diversi, condividendo del buon cibo (e del buon vino:-)). Sia la terrazza che la sala al pianterreno sono affollatissime. La maggior parte dei commensali è autoctona, che è sempre un ottimo segno.

P.S.: La notizia del giorno, qui in Libano, è l'assegnazione del titolo di Miss USA 2010 a Rima Fakih, Musulmana sciita, nata e cresciuta in Libano ed emigrata negli Stati Uniti, con la sua famiglia, nel 1993. Tutti i giornali e le TV hanno dato grande rilievo a tale notizia.:-)

Giovedì 20 maggio:

Oggi, per me, si avvera un vecchissimo sogno, visitare Baalbeck, http://whc.unesco.org/en/list/294, uno dei maggiori siti romani (ma con origini ben più remote) del Medio Oriente. Non mi sembra ancora vero...:-)

Ma, prima di raggiungere l'agognata meta, ci fermiamo per una rapida visita, e altrettanto rapida degustazione, alla più antica delle aziende vitivinicole dela Valle della Bekaa, lo Château Ksara, http://www.ksara.com.lb

E' un luogo davvero incantevole, con i suoi bassi vigneti alla francese e fiori ovunque. Le botti sono conservate in una vasta grotta naturale, vero e proprio dedalo di gallerie scavate dai Romani e poi cadute per secoli nell'oblio.

Nel 1857, l'azienda fu acquistata dai Gesuiti, che l'hanno diretta fino alla prima metà degli anni Sessanta del Novecento, allorché il Concilio Vaticano II decise di proibire la gestione di attività commerciali agli ordini religiosi cattolici. I Gesuiti, di conseguenza, l'hanno ceduta a quattro famiglie libanesi, che in questi ultimi decenni hanno grandemente aumentato e migliorato la produzione della winery. Il 50% circa dei vini Ksara viene esportato, principalmente verso i mercati europeo e nord-americano.

A differenza di Palmira, che, con le palme e le rovine che, d'improvviso, sembrano sorgere dal nulla nel bel mezzo del deserto stepposo siriano, offre un colpo d'occhio straordinario, l'arrivo al sito di Baalbeck (la greca Heliopolis) è decisamente meno "mozzafiato". Le vestigia romane, qui, sono "soffocate" da brutte case di costruzione più o meno recente, e finché non si giunge ai margini dell'area monumentale, non ci si può fare un'idea della superba grandiosità dei suoi templi.

L'importanza di questa città, dal punto di vista cultuale, risale fino all'età del bronzo antica e media, quando i Cananei vi veneravano Baal, dio del sole, e la di lui sorella e consorte, Anat (che più tardi diventerà la già citata Astarte). In epoca ellenistica, i sovrani tolomei "fusero" l'identità di Baal con quelle di Ra e di Helios, al fine di promuovere una maggiore omogeneità religiosa all'interno del proprio regno.

Avvicinandoci all'acropoli, ad accoglierci è il tempio di Venere, su un alto podio pentagonale. All'epoca di Costantino, venne trasformato in chiesa.

All'ingresso dell'acropoli vera e propria, svetta ciò che rimane dei propilei, ai quali si accede salendo una grande scalinata. Dietro ai propilei, si apre un primo cortile, di forma esagonale, dove si raccoglievano i fedeli, e circondato da una serie di esedre elegantemente decorate con nicchie e precedute da colonne. Anche questo spazio, fu trasformato in chiesa dall'imperatore Teodosio, nel IV secolo d.C. Tre secoli più tardi, gli Arabi, a loro volta, ne modificarono la cinta muraria a scopi militari.

Il Grande Cortile, dove si svolgevano i principali riti purificatori. Vi si trovano due altari, le cui finalità sono tuttora oggetto di discussione da parte degli archeologi. Al lati degli altari, due vasche riccamente decorate erano utilizzate per le abluzioni rituali.

La Basilica voluta da Teodosio aveva completamente stravolto la struttura originaria del cortile, che è stata poi ricreata da archeologici francesi a partire dagli anni Venti del Novecento, successivamente ai primi interventi condotti da archeologi tedeschi inviati dal Kaiser Guglielmo II di Prussia, che visitò Baalbeck nel 1898.

Una seconda scalinata conduce al tempio di Giove e, a questo punto, l'impatto visivo ed emotivo è da Sindrome di Stendhal! Lo stile del tempio (e di quello accanto, dedicato a Bacco) è squisitamente greco-romano, ma le dimensioni riflettono un'inequivocabile impronta egizia. Osservando le sei colonne (ciò che resta del colonnato esterno del tempio), il pensiero va, d'istinto, alla maestosità di Karnak... Tutto l'insieme fa sembrare, in confronto, piccolo il Partenone! E' davvero una visione da sogno, a cui le foto non rendono del tutto giustizia.

A un tratto, mentre gironzoliamo per il tempio, si sentono dei rumori fortissimi. Niente paura:-): sono solo degli operai che, dietro al santuario di Bacco, stanno già montando il palco e le tribune per il festival internazionale, http://www.baalbeck.org.lb, che si svolge, ogni anno, tra la fine di giugno e i primi di agosto.

A causa proprio di questi lavori, è stato chiuso il passaggio tra il tempio di Giove e quello di Bacco. Torniamo quindi nel Grande Cortile, scendiamo una scaletta e in pochi minuti siamo davanti alla facciata anteriore del tempio di Bacco. Meno imponente del suo vicino (è comunque più grande del Partenone!), è però in condizioni di conservazione nettamente migliori, e colpisce soprattutto per la straordinaria ricchezza delle decorazioni: fregi geometrici o a forma di ghirlanda, sculture, capitelli corinzi... Il portale della cella, in particolare, ha dimensioni spettacolari ed è magnificamente scolpito.

Gli Arabi convertirono questo tempio in caserma. La torre che si erge a sinistra dell'ingresso, invece, fu costruita, nel corso del XIV secolo, dai Mamelucchi, per rinforzare la fortezza araba.

Un tunnel conduce all'uscita. A metà circa, sulla sinistra, si apre un piccolo ma bellissimo museo, http://tinyurl.com/383uj8h, sapientemente allestito dal Deutsches Archäologisches Institut, e inaugurato nel 1998, in onore del 100° anniverario della summenzionata visita del Kaiser.

Sono in una sorta di "trance felice" e provo un curioso senso di incredulità. Ho fantasticato su questa visita per così tanto tempo, che ora ho come l'impressione di aver vissuto un'esperienza onirica, anziché ben reale... Continuo a ripetermi, "ho visto Baalbeck, ho visto Baalbeck", e - pian piano - l'incredulità cede il posto a una profondo contentezza.

Nel primo pomeriggio, "approdiamo" a Zahlé, graziosa cittadina capoluogo della regione, considerata la capitale gastronomica del Libano. In effetti, vista l'ora, metteremo volentieri qualcosa sotto i denti!:-) Qui i ristoranti vengono chiamati "casinò". Pranziamo nell'ombreggiato e fioritissimo giardino del "Casino Arabi", sulle rive del Berdawni. Una cornice idilliaca, nella quale ci viene servito dell'ottimo cibo, dal pane cotto sul momento con la tecnica tradizionale, alle immancabili mezzé, alla frutta candida.

Mentre ci dirigiamo verso Anjar, attraverso la fertile campagna della Bekaa, punteggiata dagli accampamenti dei braccianti beduini provenienti dalla Siria, in mezzo a vigneti e campi di patate, barbabietole o frumento, Gianluca mi fa notare come siano del tutto svaniti i cartelloni pubblicitari raffiguranti avvenenti fanciulle in bikini o biancheria intima che tappezzano letteralmente le strade nel resto del Paese, sostituiti dai ritratti di Nasrallah e compagni.

Una piccola curiosità sottolineata da Natasha, la nostra brava e pazientissima guida: la Valle della Bekaa è l'unica zona del Libano dove ci siano dei binari, ma senza treni che vi circolino sopra! Si tratta, infatti, di una ferrovia fatta costruire dagli Ottomani, per facilitare i collegamenti con Damasco. Caduta in disuso da tempo immemorabile, restano a ricordarla qualche pezzo di binario, una piccola galleria e una stazioncina ormai fatiscente.

Anjar, http://whc.unesco.org/en/list/293, ha la particolarità di essere l'unico sito interamente arabo del Libano. Il nome deriva da Ayn al-Jarr, "sorgente viva", e la rigogliosa vegetazione che la circonda testimonia tuttora delle considerevoli risorse idriche di questa zona. Siamo alle pendici dell'Anti-Libano, non lontano da dove nasce il fiume Litani.

Il contrasto con Baalbeck è notevole, in tutti i sensi: le rovine, qui, hanno dimensioni più a "misura d'uomo", e non c'è traccia del (relativo) affollamento del sito romano. Al contrario, regna una tranquillità assoluta. Si odono solo il cinguettio degli uccelli e lo stormire delle fronde, mosse da una brezza leggera. All'ombra, la temperatura è perfetta. La forte luce solare esalta il verde dell'erba e delle foglie, fa risplendere il marmo delle vestigia omayyade e le tinte vivaci dei fiori.

Salta immediatamente all'occhio che il disegno del sito ricalca alla perfezione quello ellenistico-romano, con cardo e decumano che si intersecano. Pare, infatti, che il califfo Walid I, agli albori dell'VIII secolo, incaricò architetti e ingegneri romani di progettare la città, che ebbe un'esistenza estremamente effimera, scomparendo nel 744. Per costruire i vari edifici, furono utilizzati materiali provenienti dai siti antichi nei dintorni. Restò poi sepolta fino agli anni dell'indipendenza libanese, allorché ebbero inizio gli scavi. La popolazione della Anjar moderna è prevalentemente d'origine armena.

Fra le rovine, da cui emana un'impressione di grande armonia, si riconoscono i resti di un palazzo più vasto, probabilmente la residenza del califfo, e quelli di un edificio più piccolo, forse l'abitazione delle sue quattro mogli, di una moschea, di due hammam (anch'essi d'impronta romana) e di un quartiere residenziale.

Venerdì 21 maggio:

Per l'escursione alle grotte di Jeita e a Byblos, ritroviamo con piacere, come guida, Natasha, anche lei, come Wassam, archeologa.

Fortunatamente, arriviamo a Jeita, http://www.jeitagrotto.com, proprio all'ora dell'apertura, le 9 del mattino, quando ancora non c'è nessun altro. Ritirati i biglietti, saliamo sulla cabinovia che conduce all'ingresso della grotta superiore.

Le grotte di Jeita sono rimaste chiuse al pubblico durante la Guerra Civile e utilizzate per scopi militari. Riaperte nel 1995, sono state ristrutturate da una società tedesca, la Mapas, che vi ha investito 11 milioni di dollari e che le avrà in gestione per vent'anni. Direi che hanno fatto un ottimo lavoro...

Le grotte sono davvero spettacolari! Per ovvi motivi di conservazione, solo una minima parte è visitabile. Nella sala superiore, si possono percorrere 750 metri su un totale di 2.200. Le forme delle stalattiti e stalagmiti scatenano, come sempre in questi frangenti, la fantasia: lì si intravvede un cammello, là il volto di Gibran, o una medusa, e così via.:-)

Gianluca, appassionato (anche) di speleologia, è contento come una Pasqua!

Ripercorriamo i 750 metri e usciamo nel sole già caldo: dopo l'umida frescura della grotta, un po' di tepore non guasta affatto...

Scendiamo fino all'ingresso della grotta inferiore, che si visita in barca (si percorrono 500 metri circa, su una lunghezza totale di 6.200). Sono momenti di grandissima suggestione, che vorresti non finissero mai. Le concrezioni hanno forme e colori affascinanti, dall'avorio al rosso, dal verde al violetto. Un'illuminazione sapiente mette in risalto i punti più impressionanti, rendendo fiabesca l'atmosfera.

Byblos (Jbeil) è indiscutibilmente uno degli "highlights" di questo viaggio. Dà una grande emozione la consapevolezza di trovarsi in un luogo abitato continuativamente da ben 7.000 anni! Villaggio neolotico di pescatori, poi citato nella Bibbia con il nome cananeo di Gebal, per i Greci divenne Byblos (papiro), e i Romani ne fecero uno dei centri culturali, religiosi e commerciali più importanti del Mediterraneo. Si fregia ancor oggi, giustamente, del titolo di "città dell'alfabeto".

La Jbeil attuale è una graziosa cittadina ben tenuta, con un colorato e vivace porticciolo, un souk, purtroppo, molto turisticizzato, affascinanti rovine e una fortezza crociata, dalla quale si gode il più panorama del sito.

La nostra visita inizia proprio da lì. Come a Sidone e in tutte le altre località coinvolte nelle Crociate, la fortezza di Byblos è stata costruita utilizzando pietre e colonne d'epoca romana. Tutt'intorno, in un tripudio di fiori, gli archeologi hanno fatto riaffiorare la città fenicia. Alcune colonne romane si stagliano, proprio davanti a noi, contro il blu intenso del mare e del cielo. Le vestigia del teatro romano sono state spostate vicino alla riva, con un effetto scenografico di grande suggestione. Mi sembra di essere tornata ad Apollonia!:-)

All'interno della fortezza è stato allestito un interessante piccolo museo, che illustra l'antichissima storia di Byblos. Prevedibilmente (e ragionevolmente), i reperti più significativi ritrovati in quest'area, come il sarcofago del re Ahiram (1000 a.C. circa), http://tinyurl.com/36l5gv6, sono stati trasferiti al Museo Nazionale di Beirut, o si trovano in musei stranieri, il Louvre in primis.

Torniamo a Beirut in piena ora di punta (intorno alle 14, quando i dipendenti pubblici lasciano i propri uffici). Ingorgo dopo ingorgo, riusciamo faticosamente ad arrivare al summenzionato Museo Nazionale, http://www.beirutnationalmuseum.com

Il video di 12', trasmesso ogni ora dalle 9 alle 16 in una saletta vicino all'ingresso, dà un'idea ben precisa delle terribili condizioni in cui versava il museo alla fine della Guerra Civile. Ciò fa apprezzare ancor di più il mirabile risultato dei lavori di restauro e ristrutturazione, effettuati dal 1993 al 1999.

E' un museo "a misura d'uomo", dove si è data la priorità alla qualità, piuttosto che alla quantità, dei reperti in esposizione. Soprattutto le sale del pianterreno offrono un colpo d'occhio memorabile. La luce è morbida, riposante, sembra che accarezzi le superfici marmoree delle statue e dei sarcofagi.

Oltre al già citato sarcofago di Ahiram, veniamo particolarmente colpiti dal sarcofago detto di Achille, dagli splendidi bassorilievi, da una stele del faraone Ramses II, da una tribuna e alcuni ex-voto provenienti dal tempio di Eshmoun e dal mosaico ellenistico-romano "dei sette saggi".

Le bacheche del primo piano conservano una ricca collezione di monete persiane, statuette dell'età del bronzo, sculture (fra le quali una delicatissima testa di Dioniso proveniente da Tiro), figurine simili a quelle di Tanagra, e preziosi gioielli bizantini.

Al bookshop, si possono trovare titoli interessanti, come un libro delle edizioni Gallimard sui Fenici, e un piccolo catalogo del museo (in francese o inglese).

Sabato 22 maggio 2010:

Niente escursione di gruppo, oggi. In aprile, Nakhal ha cancellato dal programma settimanale l'escursione a Balamand, Tripoli e Batrun, ma, dimostrando grande correttezza, non ha lasciato a piedi chi, come noi, aveva prenotato mesi prima.

Partiamo quindi, su una comoda Hyundai Sonata, solo in quattro: l'autista, Natasha, Gianluca e io.

Appena superata Batrun, ci fermiamo un momento per fotografare il castello di Mseilha (o Puy du Connétable), http://tinyurl.com/3532upk, piccola fortezza che, nell'Ottocento, veniva chiamata Kalaat Mezsbaheh. Di origine crociata e, a quel tempo, di proprietà della famiglia patrizia genovese degli Embriaci, occupava una posizione strategica nella vallata del fiume El Jawz (ora ridotto a un ruscelletto che, d'estate, si prosciuga completamente), lungo la strada per Tripoli. Nel XVII secolo, venne fatto ricostruire da Fakhreddine II, sempre allo scopo di sorvegliare e difendere questa importante via di comunicazione.

A Shekka, svoltiamo in direzione di Balamand, sede di una delle più prestigiose università libanesi. L'ateneo è gestito da monaci greco-ortodossi, che vivono in una magnifica abbazia d'origine cistercense, eretta a 350 metri s.l.m. nel XII e XIII sec. Nel 1290, allorché Tripoli venne conquistata dai Mamelucchi, i monaci cistercensi furono costretti ad abbandonare l'abbazia, che fu più tardi occupata, appunto, dai monaci greco-ortodossi.

E' un complesso davvero incantevole. Vi si respira un'atmosfera tranquilla, un po' "fuori dal mondo", come ben si conviene a un monastero. Nel vasto chiostro fiorito, c'è una frescura deliziosa. Una delle due chiese conserva preziose icone settecentesche e ottocentesche, fra le quali la più famosa è un "San Giorgio che uccide il drago", soggetto particolarmente caro alla Chiesa greco-ortodossa. Una grande terrazza si apre verso il mare e sulla macchia mediterranea che circonda Balamand.

Ridiscendiamo verso la costa e in una ventina di minuti giungiamo a Tripoli, http://www.tripoli-city.org, la seconda città del Libano per numero di abitanti (190.000 circa, che arrivano a 300.000 con i sobborghi). E' subito apparente la profonda differenza tra questo centro urbano e la capitale. Qui non vi è traccia del dinamico cosmopolitismo di Beirut. E' un microcosmo marcatamente più conservatore e tradizionalista. La popolazione è a forte maggioranza sunnita, e le donne non velate sono davvero rare. Ne incrociamo un paio che indossano neri niqab, una addirittura il burqa.

Ci aspetta una brutta sorpresa: da circa un mese, ai non-Musulmani non è più consentito il libero accesso alle moschee e madrasse cittadine, ma occorre fissare un appuntamento, nonché richiedere apposita autorizzazione alle autorità religiose sunnite. Ci è di conseguenza impossibile visitare quella che è considerata la moschea più bella del Paese, Taynal, http://www.tripoli-city.org/taynal.html

Vi potete immaginare la mia delusione...

Un po' sconsolati, ci dirigiamo verso il castello di Saint-Gilles (Qualaat Sanjil), che domina la città vecchia. Costruito (indovinate un po'?:-)) dai Crociati, ha subito innumerevoli rimaneggiamenti. Ciò che rimane della struttura originaria è il muro esterno che dà sul fiume. Un'ala della fortezza è attualmente una caserma, ma la parte restante è aperta al pubblico.

Dal camminamento superiore, si ha una chiara visuale del dedalo dei souk tripolini. Anche qui non mancano numerosi scempi edilizi...

Iniziamo dall'affollatissimo souk dei prodotti alimentari, stando ben attenti a non perdere di vista Natasha. Arriviamo così al khan al-Saboun, risalente al XVII secolo. In origine, era probabilmente una caserma destinata alle truppe ottomane. Caduto nel degrado più totale (come molti altri edifici tripolini, purtroppo), alla fine degli anni Novanta è stato, almeno parzialmente, restaurato, e ha ripreso vita grazie alla famiglia Hassoun, che vi ha avviato una fiorente produzione di sapone (oltre 200 varietà), http://www.khanalsaboun.net

Ci dirigiamo poi verso l'hammam el-Abed, l'unico ancora in funzione, e che presenta il classico stile ottomano, come al Palazzo di Beiteddine, seppur in una cornice ben più modesta.

Nel vicolo che conduce all'hammam, accade un episodio increscioso: qualcuno, da una finestra, getta dell'acqua addosso a Natasha (che è maronita), "rea" di avere le spalle scoperte. Per fortuna, non ci saranno ulteriori gesti intolleranti nei suoi (o nostri) confronti.

Sbuchiamo poi nel souk dei gioiellieri, dove l'oro viene venduto a peso, indifferentemente dalla lavorazione dei monili. Si dice che i prezzi siano i più convenienti del Paese.

Da lì raggiungiamo il souk dei sarti, restaurato da poco. La temperatura comincia a salire rapidamente. Sul piazzale di fronte alla Grande Moschea, la luce è accecante e il sole, alto nel cielo, già molto caldo. Solo le tende delle botteghe offrono striminziti spicchi d'ombra. Non osiamo immaginare la canicola di luglio e agosto...

Per pranzare ci trasferiamo nella parte moderna di Tripoli, al Palais Abdul Rahman Hallab, sopra all'omonima e famosa pasticceria (la città è rinomata per i suoi dolci, che sono venduti anche al duty free dell'aeroporto di Beirut). E' un locale accogliente, arredato in maniera sobria, e dove si mangia discretamente bene, spendendo una cifra assai ragionevole.

Nel primo pomeriggio arriviamo a Batrun, http://www.batroun.com, la cittadina dei limoni, che è davvero molto, molto carina, con il suo centro storico ancora ricco di case tradizionali, circondate da curatissimi giardini, belle chiese e vestigia del passato, come il frangiflutti fenicio, detto "muro del mare".

Visitiamo per prima la chiesa di Santo Stefano, maronita, progettata da un architetto italiano nel 1896 e inaugurata otto anni dopo, e poi quella greco-ortodossa, la Cappella di Nostra Signora del Mare (Saydet el-Bahr), di fronte al frangiflutti fenicio. C'è una "quiete rifocillante", all'ombra di questo portico, dove si è cullati dal suono dolce del lento infrangersi delle onde. Nell'esigua cappella, ornata di belle icone ottocentesche, il profumo dell'incenso si mescola con quello salmastro portato dal vento.

Non si può lasciare Batrun senza aver assaggiato la sua famosa limonata, che si rivela del tutto degna della sua ottima reputazione!:-)

Una volta rientrati a Beirut, ci facciamo lasciare in place des Martyrs, per poter fare un giro nel cuore della città, rimesso a nuovo dopo le devastazioni dei lunghi anni di guerra. Talmente "a nuovo" da avere un'aria totalmente finta, un po' da set cinematografico. E' tutto molto elegante, questo sì, punteggiato da negozi e locali di lusso, le vie e le piazze sono pulitissime, ma manca del tutto l'"anima identitaria" della città.

La nostra passeggiata comincia dall'imponente moschea Mohammed el-Amin, la più grande e recente del Libano, nel cui giardino sono sepolti Rafic Hariri e sette uomini della sua scorta, uccisi il 14 febbraio 2005 insieme ad altre quattordici persone.

Entriamo poi nella cattedrale maronita di San Giorgio, proseguiamo per un breve tratto sulla rue Emir Béchir, per poi svoltare a destra in rue Maarad, fiancheggiata da eleganti portici e dai dehors di numerosi ristoranti e caffè. Giunti nel cuore del cuore di Beirut, la place de l'Etoile, visitamo la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio (poca fantasia, eh?:-)), che ha di fronte la sede del Parlamento libanese. Passiamo davanti alla moschea el-Omari, ex-cattedrale di San Giovanni Battista del XII secolo, e raggiungiamo la moschea Assaf, detta "del Serraglio", e lì "collassiamo" al tavolino di un caffè.:-) Ci vuole proprio un break, con 'sto caldo! Riposati e reidratati, facciamo ancora "un petit effort" fino ai resti delle terme romane, in rue des Banques. Purtroppo, è impossibile accedere, perlomeno oggi, al bellissimo giardino a terrazze lì accanto.

Saliamo la scalinata e in un paio di minuti siamo davanti alla chiesa di San Luigi, del 1868, edificata in un sobrio stile neo-gotico. Sta per iniziare una cerimonia di qualche tipo, forse un battesimo, e di conseguenza possiamo dare solo una sbirciatina veloce al suo interno.

La stanchezza, dovuta anche alla notevole calura, ha ormai preso il sopravvento. Fermiamo un taxi e ce ne torniamo in albergo.

Domenica 23 maggio:

Ci vogliono le sei di una domenica mattina, per vedere le strade di Beirut sgombre d'auto!:-) In dieci minuti esatti, un autista di Nakhal ci accompagna in aeroporto. Percorriamo per l'ultima volta la Corniche, dove joggers mattinieri si tengono in forma.

Una volta in aeroporto, le cose si fanno decisamente più lente, fra un primo controllo di sicurezza, coda chilometrica al check-in, controllo passaporti e un secondo controllo di sicurezza per poter accedere alle porte d'imbarco.

Neanche noi siamo sfuggiti, naturalmente, alla domanda di rito, "Avez-vous aimé le Liban?". La risposta è un sincero, "Oui, on l'a beaucoup aimé!". Uno degli aspetti più positivi di questa breve vacanza libanese è stato senz'ombra di dubbio l'incontrare persone provenienti da tante parti del globo terracqueo: Europei (fra i quali degli Inglesi di origine iraniana), Australiani, Statunitensi, Canadesi, persino una coppia di Curdi iracheni, e il poter parlare con loro un po' di tutto, dalla storia alla gastronomia, dalla politica all'archeologia. Il turismo libanese conta pesantemente sull'enorme diaspora (la BBC ha calcolato che ci siano venti milioni di oriundi libanesi, nel mondo), in larga  parte ancora attaccatissima alla terra d'origine.

Ricorderemo con particolare simpatia Robert, un Newyorkese settantenne che sta studiando storia mediorientale alla Columbia University. Keep up the good work, Robert!:-)

Il volo delle Middle East Airways, di quasi quattro ore, scorre veloce, tra un paio di film e un discreto brunch. Atterriamo a Malpensa addirittura con una decina di minuti di anticipo sull'orario previsto.

Ci attende una piacevole appendice ... gallaratese!:-) Pranziamo ottimamente all'Osteria dei Mercanti, http://www.osteriamercanti.it, per poi visitare, al nuovo Museo d'Arte, una bella mostra su Modigliani, http://tinyurl.com/2vdmcsc 

 

 

 

INFO PRATICHE

 

Middle East Airways (compagnia di bandiera libanese; voli diretti da Malpensa e Fiumicino su Beirut 4 volte alla settimana), http://www.mea.com.lb

Nakhal (TO libanese; lo abbiamo utilizzato per le escursioni e i trasferimenti aeroportuali), http://www.nakhal.com.lb

Beirut, Hamra, Hotel Casa d'Or (ha anche un buon ristorante), http://www.casadorhotel.com, http://tinyurl.com/33ajroz (TripAdvisor)

Tiro (Sour), Hotel e ristorante Al Fanar, http://www.alfanarresort.com

Deir El Qamar, caffè-ristorante Al Midan (sulla piazza principale del villaggio), tel. 03.763768

Beirut, steak-house argentina La Estancia, rue Goureaud, Gemmayzeh, tel. 01.442281, http://www.beiruting.com/la-estancia

Les Cèdres, ristorante Le Pichet (Hotel Le Cedrus), http://www.cedrushotel.com

Beirut, ristorante Abd El Wahab, 51, rue Abdel Wahab El Inglizi, Ashrafieh, tel. 01.200550/1, http://www.ghiaholding.com/ghia.html

Zahlé, ristorante Casino Arabi, Faubourg St. Jean, Baabda, tel.05.455260/1

Beirut, Roadster Diner, rue Hamra (e molte altre locations), Crowne Plaza Center, tel. 01.738899, http://www.roadsterdiner.com

Tripoli, ristorante Le Palais Abdul Rahman Hallab (sopra la pasticceria Abdul Rahman Hallab), rue Riad Solh, tel. 06.444445, http://www.hallab.com.lb

Questione sicurezza: noi abbiamo trovato una situazione del tutto tranquilla, ma nella "polveriera" mediorientale la situazione può mutare, ovviamente, da un momento all'altro. L'esercito e la polizia libanesi hanno posti di blocco praticamente ovunque, ma - stando alla nostra esperienza - è ben raro che qualcuno venga fermato. Le truppe UNIFIL sono concentrate a sud, nei pressi della frontiera con Israele (che è chiusa). Dell'UNIFIL, abbiamo visto solo soldati del contingente sud-coreano nei dintorni di Saida e Sour.

A Beirut, abbiamo girato in vari quartieri, anche di sera, senza mai sentirci neppur remotamente in "pericolo". L'unica attività "rischiosa" è quella di attraversare la strada, visto che guidano tutti come pazzi scatenati.:-)

Abbiamo incontrato ovunque gentilezza e cordialità, e tanta gioia di vivere, nonostante le innegabili difficoltà, anche di natura economica (tutti si lamentano dei prezzi alle stelle), che questo Paese è costretto ad affrontare.

Carla Polastro

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