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NAMIBIA: Tavolozza di colori! (2004) di Daniela Bellan

Il desiderio di un viaggio in Namibia viene da molto lontano, nasce qualche decennio fa dopo la lettura dei primi romanzi di Wilbur Smith.

Sembra, tuttavia, un’impresa irrealizzabile, perché si è giovani, le risorse economiche misurate, i viaggi lontani sembrano un privilegio di pochi e così via.

Ad incrementare la mia attrazione per la Namibia c’è una donna anziana, viaggiatrice da sempre, è stata per qualche anno Dirigente del settore in cui lavoravo, una figura che ho molto ammirato e che ascoltavo incantata per ore mentre raccontava dei suoi numerosi viaggi, uno dei quali appunto in Namibia, ma non oso pensare che un giorno potrei partire per quel Paese, i grandi viaggi sono una faccenda ancora molto lontana.

Gli anni passano, comincia anche per me l’epoca delle “migrazioni” e finalmente arrivo a progettare il viaggio in quel Paese di struggente bellezza e che ora vado a raccontare.

La preparazione dell’itinerario prima e poi la prenotazione dei servizi (voli, noleggio auto, alloggi) sono fasi lunghe e laboriose, richiederanno 9 mesi di ricerche, lavoro ed anche molte incertezze, il problema più grosso da superare è stato la ricerca dell’auto a noleggio, le tariffe sono molto elevate, ci sono stati momenti in cui il viaggio sembrava irrealizzabile per gli eccessivi costi, ma cercando, scavando, chiedendo decine di preventivi ho trovato una soluzione tutto sommato accettabile, dopo le fatiche e tanta attesa finalmente arriva il gran giorno, quello della partenza.

17.8.04- In volo verso la Namibia

Nel pomeriggio, con calma, Sandro ed io ci dirigiamo verso Malpensa, dove alle 21,30 parte il volo South African Airways per Johannesburg, si decolla in perfetto orario, a bordo la gentilezza degli assistenti di volo è sopra la media, i pasti sono buoni (si distinguono da quelli omologati di tutte le altre compagnie aeree) la notte passa tranquilla, riusciamo a dormicchiare, le ore scorrono così piuttosto velocemente.

18.8.04 - Windhoek

Atterriamo alle 8 circa a Johannesburg, il cielo è grigio, minaccioso di pioggia, la temperatura è fredda, non è un bell’impatto con l’Africa, ma questa è solo una sosta, circa 3 ore dopo ci imbarchiamo sul volo per Windhoek, capitale della Namibia, che raggiungiamo poco dopo e qui ci attende il sole, il cielo azzurro e terso che ci accompagnerà per tutto il resto del viaggio.

Ad attenderci, in aeroporto, ci sono due persone: un rappresentante dell’agenzia di autonoleggio e Jean responsabile della piccola agenzia locale cui ci siamo rivolti per la prenotazione degli alloggi.

Dopo aver sbrigato le formalità necessarie per il ritiro dell’auto, una fiammante Toyota Hilux 4x4 double cabin, con Jean raggiungiamo il centro di Windhoek e l’alberghetto prenotato per noi, ascoltiamo consigli e raccomandazioni, ritiriamo la documentazione di viaggio ed infine ci salutiamo.

Decidiamo di fare quattro passi per le vie di Windhoek, strana cittadina, moderna, con costruzioni colorate, pulita, ordinata, tutto sembra tranne che di essere in Africa, è quasi l’ora del tramonto (le 18 circa) i negozi chiudono, la città si spopola, non che ci fosse folla, ma ora è proprio deserta, fa uno strano effetto, non è la nostra prima volta in Africa, ma è la prima volta che pensiamo di essere in un posto diverso, di aver sbagliato qualche cosa, avevamo sentito dai racconti di altri viaggiatori che le cittadine namibiane sono piuttosto anomale, sembrano in effetti nord-europee, sono piene di bianchi che parlano tedesco, lo sapevamo, ma constatarlo di persona ci meraviglia lo stesso.

Torniamo al nostro piccolo hotel (Villa Verdi) ceniamo, pensiamo poi di poter fare quattro chiacchiere con altri ospiti stando seduti in giardino, ma il freddo è pungente e ci ritiriamo in una saletta dove c’è un camino acceso.

Sorrido pensando alle espressioni di meraviglia quando prima di partire ci chiedevano: “dove andate in vacanza?” “in Namibia!” era la nostra risposta, alla quale tutti, indistintamente, hanno replicato “in Namibia? in Africa? chissà che caldo!” non c’è niente di più sbagliato, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite, la nostra estate corrisponde all’inverno.

La Namibia, essendo molto estesa da nord a sud, presenta climi completamente diversi, più freddo nella parte meridionale e sulla costa atlantica, con notevole escursione termica tra il giorno e la notte, momento quest’ultimo in cui la temperatura scende anche sotto lo zero, il clima è più caldo salendo verso nord ed avvicinandosi all’equatore.

Si conclude così, davanti al tepore di un camino la nostra prima strana giornata africana.

19.8.04 – Hardap Dam

Il sole tramonta presto, ma sorge altrettanto presto, dobbiamo adeguare i nostri ritmi in funzione delle ore di luce, non vogliamo perdere assolutamente nulla di quel che si dice sia un Paese dai panorami e dai colori magnifici.

Sveglia presto, siamo raggianti, sta per cominciare il nostro viaggio attraverso scenari di indescrivibile bellezza, 7.200 km di strade prevalentemente sterrate che percorreremo in quasi totale solitudine, capita infatti di rado di incrociare un’altra vettura.

A questo proposito apro una parentesi.

Le auto fornite dalle società di autonoleggio sono, salvo rare eccezioni, nuove o in ottimo stato per evitare soste forzate derivanti da guasti e cose del genere, non sarebbe, inoltre, facile contare sull’aiuto di altri mezzi in tempi brevi, se ne incrociano pochissimi. Va detto, tuttavia, che le società serie garantiscono, per tutto il periodo di noleggio, un servizio di assistenza ed eventuale sostituzione della vettura in caso di incidente o guasto;

una raccomandazione da tener sempre ben presente è quella di rispettare i limiti di velocità, max 80 km/ora sulle strade sterrate che, per il loro ottimo stato e per l’assenza di traffico, invitano a correre, ma è davvero molto facile trovare improvvisamente una cunetta, una curva insidiosa o un animale che attraversa e se l’andatura è troppo sostenuta può capitare di uscire di strada, incidenti di questo tipo accadono di frequente, la velocità moderata è quindi fondamentale per un viaggio senza rischi;

consiglio, inoltre, di scegliere una copertura assicurativa che comprenda, tra le altre cose, eventuali danni a vetri e pneumatici, essendo le forature piuttosto frequenti (meglio avere due ruote di scorta) con tale copertura si evita di dover sostenere costi supplementari, capita, infatti, che alcune società per una gomma resa riparata chiedano o trattengano dalla cauzione l’equivalente di un nuovo pneumatico.

Chiusa la parentesi, torno al viaggio.

Lasciamo Windhoek in direzione sud, bisogna prendere un po’ le misure con la guida a sinistra, ma, fortunatamente, la strada è poco trafficata, dopo qualche decina di km siamo soli, il paesaggio è selvaggio, non una casa, né un villaggio, i colori sono sfumati, bellissimi!

La luce è straordinaria, sarà così sempre, mai una nuvola offuscherà il cielo invariabilmente azzurro.

Procediamo con calma rapiti dagli scenari che vediamo scorrere attraverso i finestrini dell’auto, facendo numerose soste per assaporare l’aria di questo pezzo d’Africa che ancora non conosciamo e per scattare fotografie.

Altra parentesi.

In Namibia si percorrono diverse centinaia di km quasi ogni giorno, ma non è mai stancante o monotono perché viaggiando in autonomia si possono fare tutte le soste desiderate;

la varietà dei panorami, i colori, la quiete, la continua meraviglia per l’immensità di spazi e la bellezza della natura sono costanti e trasformano le ore di spostamento in un piacere continuo.

Giungiamo, dopo circa 250 km, nella zona chiamata Hardap Dam. All’interno del Parco oltre ad un bellissimo lago artificiale formato da una diga (dam) c’è un rest-camp a gestione statale composto da diversi bungalow, spaziosi, arredati in modo essenziale, pulitissimi, c’è anche una riserva naturale molto estesa (game park) popolata da varie specie di animali e volatili.

Scaricati i bagagli facciamo un veloce spuntino, subito dopo esploriamo la riserva dove avvistiamo babbuini, springbok (piccola antilope saltante) kudu (antilope di grossa taglia) struzzi e diversi uccelli.

All’interno del Parco ci sono belle formazioni rocciose che per la particolare forma conica sormontata da un enorme masso in dolerite sono chiamate “hardap” = capezzolo.

Tra tante meraviglie le ore scorrono veloci, tornati nella zona dove ha sede il rest-camp, passeggiando sulle rive del lago, facciamo conoscenza con la procavia del Capo, la guida EDT dice che tale specie è imparentata con gli elefanti (giuro! c’è scritto proprio questo) sarà… a me ‘sta procavia sembra solo un grosso topone!

Ceniamo presso il ristorante del campo, davvero niente male, poi a letto presto, come succederà per tutto il resto del viaggio, toccando punte minime a volte indecenti per noi europei, ci è capitato di essere già in “branda” alle 20,30!

20.8.04 – Fish River Canyon

La tappa di oggi è ancora in direzione sud, percorriamo 380 km su strada in parte asfaltata e per il resto sterrata, facciamo diverse soste tra panorami di pregevole bellezza, immaginavo, dai racconti e dalle foto, che la Namibia fosse bella, ma la realtà è parecchio superiore alle aspettative, sullo sfondo di distese pianeggianti ci sono intere catene di montagne con la sommità completamente piatta come se la mano dell’uomo le avesse livellate di proposito.

Tra le altre facciamo una sosta nei pressi di Keetmanshoop, alla Kokerboom Forest, uno dei più estesi boschi di Kokerboom di tutta la Namibia.

Il Kokerboom è una pianta della famiglia delle aloe chiamata anche albero faretra, i cui rami leggerissimi venivano usati dai San (boscimani) come custodia per le frecce.

Il bosco si trova all’interno della Gariganus Farm (ingresso a pagamento).

Passeggiamo a lungo tra gli alberi, sono meravigliosi; nella zona è facile vedere lo Xero, simpatico roditore molto somigliante allo scoiattolo che, come il suricate del Sudafrica, ha l’abitudine di rizzarsi sulle zampe posteriori. Ci dirigiamo poi verso il Giant’s Playground, un curioso immenso giardino di roccia dalle strane formazioni a blocchi sovrapposti che creano forme bizzarre, tutto assolutamente naturale ed impreziosito qua e là da alberi di Kokerboom che sono cresciuti spontaneamente.

Proseguiamo alla volta del Fish River Canyon, arrivando, poco prima del tramonto, ad Hobas estremità settentrionale del canyon.

Il luogo dove è stato costruito il piccolo Cañon Lodge è denominato Gondwana Cañon Park, è disseminato di enormi massi di granito tondeggianti, i bungalow in pietra si integrano perfettamente con il paesaggio, alcuni sono stati edificati a ridosso dei massi rispettandone la forma o inglobandone una parte, veramente bella la sistemazione, ma soprattutto straordinario il paesaggio!

Prima che il sole tramonti ci arrampichiamo sulla rupe più alta da dove contempliamo, con la vista che spazia a 360°, un panorama ed un tramonto da stordire i sensi, le rocce si colorano di calde sfumature color arancio, che spettacolo!

Qui madre natura non ha badato a spese.

Questa è la meta più a sud del nostro viaggio, siamo vicinissimi al Sudafrica, quando cala il sole la temperatura scende molto, fa freddo e comprendiamo il motivo per cui sul letto ci sono voluminosi e soffici piumini, alle 21 siamo già a nanna coperti fin sopra la testa, alla faccia di chi pensa che in Africa faccia solo caldo.

21.8.04 – Fish River Canyon

Sveglia poco prima dell’alba, altra scarpinata sulle rocce per assistere allo spettacolo del sole che sorge e tinge tutto di rosa, quant’è bello e silenzioso questo luogo, lo lasciamo con riluttanza.

Dopo un’abbondante colazione ci mettiamo in macchina e percorriamo la strada (circa 80 km) che conduce ad Ai-Ais parte finale del Fish River Canyon, tragitto con stupende vedute, scopriamo però che da questa estremità non è possibile costeggiare tutto il canyon, c’è solo un punto panoramico, poco male, la strada merita di essere percorsa anche solo per il paesaggio.

Torniamo ad Hobas, superiamo i cancelli del Parco e ammiriamo dall’alto di diversi viewpoint la maestosità del Canyon, sul fondo del quale scorre il fiume Fish ancora non completamente secco.

La strada è impervia, a tratti rocciosa, è indispensabile il fuoristrada, in compenso le vedute sono fantastiche.

In questa zona non è raro incontrare il dik dik, la più piccola delle antilopi.

La giornata passa velocemente, lasciamo il Canyon e facciamo ritorno al Cañon Lodge, manca ancora un po’ di tempo al tramonto, posteggiata l’auto percorriamo a piedi qualche chilometro nei dintorni mentre le ombre si allungano ed i colori si accendono.

22.8.04 - Luderitz

Sveglia poco dopo l’alba, prima della colazione facciamo un ultimo giro tra gli enormi massi, dopo di che siamo pronti a lasciare il sud, cominceremo gradualmente a risalire verso nord, il percorso oggi si snoda attraverso paesaggi molto vari, lungo la strada vediamo diversi struzzi, kudu e antilopi, ci fermiamo ad osservare enormi nidi costruiti a grappolo sui rami degli alberi, tali nidi ospitano migliaia di piccoli uccelli, ognuno ha la propria celletta, sembrano immensi condomini.

Ci stiamo dirigendo sulla costa atlantica, nostra meta è la cittadina di Luderitz.

Prima di lasciare l’interno facciamo una sosta ad Aus, località di una bellezza esagerata, dove i colori sfumano in tutte le tonalità del rosa, sembra di vedere un immenso acquarello. Prima di prendere la deviazione per Garub alla ricerca dei cavalli selvaggi del deserto avvistiamo la prima coppia di orici (animale simbolo della Namibia) sono bellissimi, è la prima volta che li vediamo, restiamo a lungo incantati ad osservare i loro movimenti aggraziati.

Lasciati gli orici raggiungiamo il luogo dove i cavalli vanno ad abbeverarsi, che spettacolo ce ne sono moltissimi, l’effetto cromatico è straordinario, il mantello bruno rossiccio dei cavalli risalta sullo sfondo rosato del terreno.

Dopo i cavalli proseguiamo verso la costa e percorsi un centinaio di Km arriviamo a Luderitz, prima di cercare l’albergo prenotato c’è il tempo di esplorare la penisola di Luderitz che si protende nell’oceano per diversi km, ci fermiamo ad ogni baia e caletta vedendo prima distese di fenicotteri, poi delfini, pinguini (Halifax Island) ed infine, a Diaz Point, le otarie.

La bellezza della Namibia sta proprio nella diversità di ambienti e climi.

L’aria è pungente, ma siamo ben riparati e continuiamo l’esplorazione della penisola ammirando le onde dell’oceano che si infrangono sulle rocce e tutte le forme di vita che popolano questo luogo.

C’è ancora tempo per raggiungere una spiaggia chiamata Agate Beach, abbiamo un fuoristrada ci avventuriamo, quindi, su un’immaginaria pista rocciosa che a tratti si affaccia strapiombante sull’oceano, ho un po’ paura, decido di fare l’ultimo tratto a piedi, in verità saremmo quasi arrivati, potrei anche resistere, ma a piedi posso gustare meglio lo spettacolo che si profila di fronte: il mare blu, una lunghissima spiaggia di sabbia chiara e, dietro, le alte dune del Namib.

Ancora una volta sono senza parole dallo stupore.

Le ore di luce a disposizione stanno per esaurirsi, lasciamo la spiaggia, imboccata una strada diversa e costeggiando le dune del Namib raggiungiamo Luderitz, cittadina di marcata impronta tedesca, casette ordinate e colorate, l’Africa in questa veste continua a farci una certa “impressione”.

A fine giornata, con il sole che sta tramontando, arriviamo al Nest Hotel, costruito in una piccola insenatura, la nostra stanza ha una grande vetrata che si spalanca sul giardino, usciamo subito, a pochi passi c’è il mare, ammiriamo il tramonto, l’acqua calma, le barchette colorate… ma che bella cartolina!

23.8.04 - Sesriem

Facendo colazione scorgiamo, attraverso una vetrata, diverse otarie che giocano/nuotano in mare, lasciamo la colazione a metà per uscire in giardino ed osservarle meglio… ma quanto sono simpatiche!

Facciamo poi un breve giro per le vie di Luderitz alla ricerca dell’Ufficio Turistico dove acquistiamo i permessi per la visita di Kolmanskop, città fantasma, abbandonata negli anni ’50 quando nella zona si è smesso di estrarre diamanti.

Il complesso era una cittadella vera e propria dove risiedevano i dirigenti della Società Estrattiva, c’è un teatro, un bowling, un’infermeria, alcune casette, gli uffici e diverse altre costruzioni, il luogo, fatti salvi alcuni edifici che sono stati ristrutturati, è in totale stato di abbandono, la sabbia del deserto sta inghiottendo alcune abitazioni, lo scenario è surreale.

La visita guidata è obbligatoria, va però un po’ troppo per le lunghe, confesso che alla prima distrazione della guida ci siamo imboscati e defilati, dopo un breve giro tra le costruzioni invase dalla sabbia lasciamo il sito senza rimpianti, il deserto e le dune rosse di Sossusvlei ci attendono.

450 km ci separano da una delle zone più belle e famose della Namibia, il viaggio è interrotto, come di consueto, da numerose soste, i panorami sono meravigliosi, le piste deserte, che bello viaggiare così, ci chiediamo come sia possibile per noi sopravvivere nel caos del traffico cittadino, in coda per andare a lavorare, lo stesso per tornare a casa, per la spesa, per tutto…

Sono pensieri che, per fortuna, passano in un lampo, qui in Namibia ci si dimentica veramente di tutto e tutti.

Nel tardo pomeriggio arriviamo in zona Sesriem, il piccolo e carinissimo Desert Homestead si trova a circa 40 km dal cancello di accesso alle dune di Sossusvlei. Pochi bungalow affacciati su una distesa desertica punteggiata da secchi ciuffi d’erba, un gigantesco albero qui, uno là… la palla infuocata del sole sullo sfondo ed ecco un’altra meravigliosa cartolina.

Come sempre si va a dormire presto, questa notte una bellissima giraffa di legno (mio animale preferito) alta almeno due metri veglia sul mio sonno beato.

24.8.04 – Sossusvlei / Namib Rand Nature Reserve

Sveglia prestissimo, sono le 4, i cancelli di Sesriem aprono tra due ore, vogliamo essere i primi ad entrare per goderci lo spettacolo delle dune all’alba.

E’ buio pesto, dobbiamo percorrere solo pochi km, ma siamo costretti a procedere molto lentamente, viaggiare di notte in Namibia è sconsigliato per l’assenza totale di illuminazione e per il pericolo costituito dall’improvviso attraversamento di animali.

Arriviamo ai cancelli per tempo, aprono infatti poco dopo, acquistiamo il permesso per attraversare il Parco, un puntino infuocato nel frattempo fa capolino tra le dune, comincia lo spettacolo, i colori sono tenui, ma con il progressivo alzarsi del sole si fanno sempre più accesi.

Il percorso all’interno del Parco, tra le dune, è lungo 60 km, la pista è molto accidentata, ma non c’è motivo di correre, le soste sono numerose, le dune si susseguono altissime, rosse, con la prima luce del giorno il lato in ombra è scuro, questo è il momento migliore per scattare belle fotografie.

Ci fermiamo alla famosa Duna 45, è piuttosto affollata, rinunciamo volentieri all’arrampicata fino in cima, proseguiamo rapiti dalla bellezza del paesaggio desertico e dagli animali che incontriamo (struzzi e springbok) giunti al termine della pista per altri 5 km si avanza solo in fuoristrada, il mezzo ce l’abbiamo, non siamo esperti di guida su sabbia però decidiamo di osare, ci insabbiamo quasi subito… sembrava decisamente più facile!

Dopo notevoli sforzi per liberare le ruote dalla sabbia e con vari espedienti riusciamo a ripartire, ma ci insabbiamo altre volte e con noi diversi altri turisti, poi qualcuno ci consiglia di sgonfiare le gomme e con questo accorgimento senza altri intoppi raggiungiamo Sossusvlei, un lago bianco asciutto interamente circondato da altissime dune (alcune raggiungono i 300 mt di altezza). Saliamo sulla prima che incontriamo seguendone la cresta fino a che davanti a noi si apre il deserto in un mare di dune che si perde all’orizzonte, è stupendo, non ci sono parole per descriverne la bellezza, né l’emozione provata, avanzo ancora un po’ per godere in totale solitudine di questo spettacolo, il tempo passa, non me ne rendo conto, poi mi riscuoto, ma solo perché mi stanno chiamando.

Scendiamo di gran corsa dal fianco di una duna, in pochissimo tempo siamo già in basso, un nuovo giro non ci starebbe male, ma risalire è troppa fatica… magari la prossima volta, ora fa molto caldo.

Attraversiamo la crosta secca e solcata del bacino del lago, facciamo una sosta sotto i pochi alberi della zona dove centinaia di piccoli uccelli becchettano le briciole cadute dalle scatole pic-nic di alcuni turisti, ci dirigiamo poi verso la Dead Vlei, il luogo della Namibia più raffigurato in fotografia: bianco abbagliante di un lago asciutto, nero di scheletrici tronchi fossilizzati, rosso delle dune tutto intorno e blu il cielo, questi i colori predominanti.

Poco più di un km per arrivarci, ma la camminata è resa faticosa dal caldo e dalla sabbia, che non è compatta, si sprofonda in continuazione, avanziamo molto lentamente, superata una serie di dune compare all’improvviso la “fotografia” tante volte vista sulle riviste, ma è molto più bello di quel che si immagina, gli alberi sembrano sculture messe lì in bella mostra da un artista bizzarro, il bianco è accecante e le dimensioni del posto lasciano sbalorditi, decidiamo di attraversare il lago in tutta la sua lunghezza, sembra non finire mai.

Purtroppo dobbiamo lasciare questo luogo, il deserto, la sabbia, le dune, i colori… abbiamo paura che, dopo, niente possa piacerci di più.

Recuperata l’auto ripercorriamo l’unica pista che ci riporta ai cancelli, poco fuori visitiamo il piccolo, ma molto grazioso Sesriem Canyon.

Per raggiungere la Namib Rand Nature Reserve dobbiamo scendere di nuovo verso sud per un centinaio di km, in questa zona i paesaggi sono di una bellezza ancora superiore a quel che si è visto fino ad ora, siamo circondati dal “nulla” fatto di praterie desertiche, dune, montagne selvagge, i colori qui raggiungono l’apice, quello che non potrò mai scordare della Namibia sono i colori. Avanziamo tra branchi di springbok e di orici che punteggiano il territorio, ovunque si guardi ci sono animali, si sentono solo i suoni della natura, abbiamo timore di svegliarci da un momento all’altro e che il bellissimo sogno svanisca all’improvviso.

Un cartello indica la deviazione per Wolwedans, svoltiamo in una pista stretta tra la vegetazione, dopo diverse decine di km scorgiamo una costruzione bassa, è la reception di Wolwedans Dune Camp, ci guardiamo intorno, non c’è altro, pensavamo di essere arrivati, niente di più sbagliato, il bello comincia ora!

Ci invitano a posteggiare l’auto in un recinto e a scaricare i bagagli, saliamo su una grossa jeep da safari scoperta e partiamo in direzione del nulla, proprio così, da qui in poi non ci sono piste né tracce di sentieri, si va in mezzo alle dune di sabbia color mattone, ci si addentra in un paesaggio che con tutta la buona volontà non riesco a descrivere, non trovo gli aggettivi adatti a declamarne la bellezza, si avanza per circa una trentina di km fino ad arrivare ad un campo tendato, 6 grandi tende issate su terrazze di legno a palafitta in mezzo a dune di sabbia rossa punteggiate da ciuffi d’erba dorata, in lontananza si scorgono catene di montagne dai colori sfumati, tanta bellezza mi commuove, sono senza parole ed ho gli occhi lucidi.

Il servizio alberghiero è impeccabile, le tende comodissime, con tanto di letti e piumini immacolati, il bagno (1 bagno per ogni tenda) è una costruzione in legno poco discosta, sembra un grande salotto c’è perfino una poltroncina per gli “ospiti” o per la lettura.

La cena è servita su una terrazza che la sera viene chiusa da 4 teli, uno per ogni lato, che riparano dal freddo, l’ambiente è accogliente, gli ospiti siedono tutti ad un unico tavolo, non c’è alcun obbligo riguardo all’abbigliamento, il cibo è ottimo, la compagnia gradevole, c’è uno straordinario personaggio, di oltre 80 anni, che soprannominiamo Hemingway, è piuttosto acciaccato, per respirare durante la notte deve attaccarsi ad una macchinetta, è da sempre un grande viaggiatore, parla diverse lingue, anche l’Italiano, racconta aneddoti ed episodi in modo tanto coinvolgente da calamitare l’attenzione di tutti, siamo una decina di persone, la conversazione è molto piacevole, dopo cena ci spostiamo nella zona aperta della terrazza dove in un braciere ardono ciocchi di legna, il cielo è nero, ma illuminato da milioni di stelle, il silenzio attorno è totale, meglio di così non potrebbe essere!

25.8.04 – Namib Rand Nature Reserve

Al sorgere del sole ammiriamo estasiati il panorama, questo è un luogo speciale, è un privilegio trovarsi qui, facciamo una superba colazione, poi con la stessa jeep di ieri partiamo, tra le dune, per l’esplorazione di buona parte della riserva, è un susseguirsi di paesaggi selvaggi dalla bellezza esagerata, avanziamo tra branchi di orici, springbok e struzzi. Alla base di un albero riconosciamo nitide le impronte di un leopardo, ma è molto raro vederlo durante il giorno, lo cerchiamo per un po’ di tempo, poi ci facciamo catturare dal paesaggio e presto ci dimentichiamo del felino.

All’ora di pranzo raggiungiamo un boschetto con belle rocce, dai cesti da pic-nic compaiono prelibatezze varie, si materializzano anche un tavolo e le seggiole, ci sentiamo come i personaggi di un film, tutto questo non è molto avventuroso e fai da te, ma come non gustare ed apprezzare un tale trattamento? in particolare l’aspetto selvaggio ed isolato di questo posto.

Dopo aver smontato la “zona pranzo” ripartiamo tra praterie punteggiate di cespugli dorati, la vegetazione vista in lontananza sembra un’immensa distesa sabbiosa con sfumature che variano dal giallo pallido al rosa… che visione incantevole!

Il tempo è tiranno, sono già le 16, dobbiamo tornare al campo, una mezz’ora per leggere o prendere appunti e poi di nuovo sulle dune ad attendere il tramonto, la sabbia da color rosso mattone, con l’abbassarsi del sole, assume il colore del cacao, che effetto magico… sembra di essere circondati e di stare su immense dune di cioccolato.

Il sole sparisce oltre la linea dell’orizzonte, il cielo è una tavolozza di colori, arriva poi il buio e l’ora della cena.

La cosa sbalorditiva è che ogni piatto viene preparato sul posto, nella tenda/sala da pranzo c’è un piccolo angolo cottura, tutto, dalle entrate ai dolci, è confezionato con grande abilità, oltre alla bontà, la presentazione dei piatti è molto artistica, nonostante la raffinatezza l’ambiente è informale e rilassato, gli addetti alla cucina siedono sempre al tavolo con noi ospiti in un clima molto famigliare.

Molto pittoresca anche la presentazione “verbale”, il menu prima viene letto in inglese poi nella lingua tribale del luogo, tutta schiocchi, simile a quella dei San (boscimani).

Qui, pur senza mai sentirsi in soggezione, tutto è perfetto.

L’ultima serata di permanenza in questo meraviglioso luogo termina con le chiacchiere ed i saluti intorno al fuoco, fa molto freddo, non mi sono cambiata, ho ancora i bermuda ed ho le gambe intirizzite, al pensiero di dormire in tenda rabbrividisco, ma si è fatto tardi (si fa per dire!) bisogna ritirarsi.

Ci spogliamo in bagno, ora in pigiama bisogna uscire dalla “casetta” di legno, fare quei dieci passi che ci separano dalla tenda e infilarsi nel letto sicuramente gelido.

Fatto! siamo in tenda, il freddo è veramente pungente, scostiamo i piumini, sotto c’è qualche cosa, ci spaventiamo pensando ad un animale o ad un serpente, sono invece due borse con l’acqua calda, ridiamo felici come due ragazzini, che splendida ed inaspettata sorpresa, qui pensano proprio a tutto, gustiamo, come e più di un dono prezioso, il nostro lettone caldo mentre fuori la temperatura è sotto lo zero e l’aria gelida scuote la tenda.

26.8.04 - Swakopmund

A malincuore lasciamo la Namib Rand Nature Reserve, ma abbiamo ancora tante cose da vedere e da fare, quindi la malinconia non ci accompagna per molto.

La destinazione di oggi è Swakopmund (altra cittadina di stampo tedesco) ci arriveremo passando attraverso il Namib Naukluft Park.

Prima tappa a Solitaire, dove ci fermiamo a fare il pieno di benzina e soprattutto per constatare di persona se quanto che riportano le guide - a proposito dello strudel di mele - è proprio vero.

Ebbene SI, non si tratta di un vero e proprio strudel, ma di una torta di mele squisitissima, ne mangiamo un "mattone" ciascuno. Come faremo a consumare tra poco meno di un’ora anche il cestino/pranzo confezionato questa mattina a Wolwedans?

Attraversiamo panorami sempre molto suggestivi.

Animali? i soliti! ormai consideriamo springbok, orici, facoceri, kudu, struzzi e antilopi parte integrante del paesaggio, ce ne sono talmente tanti  che, quasi, non ci emozioniamo più, il nostro interesse si risveglierà solamente per zebre, giraffe, elefanti, leoni, rinoceronti, ecc.

Siamo fortunati, incontriamo, poco dopo, le prime giraffe, un gruppo di 5, che eleganza, ogni volta che le vedo mi piacciono sempre di più… eh si la giraffa è l’animale che preferisco!

Lungo la strada vediamo diversi esemplari di Welwischia, una pianta a dire il vero non proprio entusiasmante, quello che sorprende è che sembra un groviglio di erbaccia, la particolarità è che alcuni esemplari hanno diversi secoli.

Attraversiamo la spettacolare, immensa ed un po’ spettrale Moon Landscape, si dice che il suolo lunare abbia lo stesso aspetto.

Facciamo una deviazione per visitare l'oasi di Goanikontes, non ci spieghiamo come sia possibile che nel bel mezzo di un paesaggio totalmente arido possa esserci una zona tanto verde e ricca di palme…. misteri della natura!

Arriviamo a Swakopmund poco prima del tramonto, dove presso la Sea Breeze guesthouse ci danno il benvenuto i simpaticissimi e cordialissimi Oscar e Giancarlo (italiani) il posto è molto accogliente e ben curato.

Decidiamo di non cenare perchè dopo l'abbondante colazione, la torta di mele ed il cestino pic-nic pieno di leccornie non abbiamo proprio fame.

 

27.8.04 – Sandwich Harbour

Dopo un'ottima colazione (Giancarlo prepara tutti i giorni almeno due torte) ci prelevano dall'albergo con una potente jeep e si parte per l'escursione (prenotata via Internet) a Sandwich Harbour.

Durante il percorso si fanno varie soste per vedere i fenicotteri di Walwis Bay, le saline, cormorani, pellicani e molti altri uccelli.

Si punta poi alla volta delle dune, oceano e dune, uno spettacolo grandioso!

Questa non è un'escursione che si può fare per conto proprio perchè la pista è di sabbia e si rischia di rimanere intrappolati tra le dune e la marea che sale.

Si avanza sulla spiaggia, una stretta striscia di sabbia che corre tra alte dune e l’oceano, giunti alla fine della pista si prosegue a piedi fino ad una serie di stagni contornati da papiri e vegetazione lussureggiante popolati da diverse specie di uccelli (compresi fenicotteri e pellicani).

Si torna poi verso la macchina dove nel frattempo la guida ha apparecchiato un tavolo, dalle ceste da pic-nic estrae una teglia di lasagne, calde, eccellenti, ragù ottimo, pasta fatta in casa e besciamella, ma come può essere che dopo tante ore siano ancora calde? c’è anche una bella insalatona di verdure e formaggio e, da non credere, una fantastica torta di pan di spagna e panna montata, confezionata in una delle rinomate pasticcerie di Swakopmund, che nonostante gli sballottamenti in macchina si è conservata intatta e freschissima.

La vista da questo ameno “ristorante” sulla spiaggia è superba, alle spalle abbiamo le dune, di fronte l'oceano.

Con noi ci sono due signore inglesi, una delle quali festeggia il compleanno (ecco spiegata la torta) 80 anni, la notizia ci lascia di stucco perchè non le avremmo dato più di 60 anni, ha percorso gli stessi chilometri a piedi che abbiamo fatto noi senza alcuna difficoltà, che “nonnetta” in splendida forma e che spirito avventuroso, ci racconta, tra le altre cose, che ogni anno ama festeggiare il proprio compleanno in Africa e che viaggia da quando è vedova.

Dopo il succulento pranzo ci si rimette in macchina, saliamo sulle dune, è tutto un salire e scendere, l’autista si diverte affacciandosi sul vuoto e lanciandosi giù repentinamente, sobbalziamo e sentiamo vuoti d’aria proprio come sulle montagne russe, esperienza un po’ adrenalinica, ma fantastica, ci divertiamo moltissimo.

Vorremmo non finisse mai, ma anche questa giornata volge al termine, verso il tramonto ci riportano alla guest house.

Ceniamo in un ristorantino molto carino dove servono dell'ottimo pesce, quattro passi a piedi e poi a nanna, domani è un altro giorno!

28.8.04 – Cape Cross / Skeleton Coast / Twyfelfontein

Dopo aver fatto colazione salutiamo Giancarlo e Oscar e partiamo per la prossima meta.

Prima sosta a Henties Bay, luogo di villeggiatura dei ricchi namibiani, ci sono parecchie banche, casette per trascorrere il fine settimana e, nel letto di un fiume asciutto, c'è un incredibile campo da golf.

Proseguiamo poi per Cape Cross che ospita la colonia di otarie più numerosa del mondo.

Sull’immensa spiaggia, sugli scogli ed in mare ci sono migliaia e migliaia di otarie, grandi e piccine, i loro richiami producono un rumore assordante, tra di esse si aggirano diversi sciacalli alla ricerca di un boccone di cui cibarsi.

La puzza è asfissiante, ma presi dallo spettacolo dopo un po’ non ci si fa più caso.

Ho la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto, riesco a fotografare uno sciacallo che, rapidissimo, ruba la placenta ad una femmina che ha da poco partorito e mentre la sbrana in tre bocconi.

E’ un autentico spasso giocare con le migliaia di otarie di Cape Cross. Nella zona senza protezione (muretto) avvicinandosi di un passo, le otarie, dalla posizione sdraiata, si rizzano in piedi, lo fanno tutte in contemporanea, è grandioso, ripetiamo la cosa più e più volte riuscendo a fotografarle in posizione eretta, continuerei all’infinito, ad un certo punto mi portano via quasi a forza.

Salutate le otarie entriamo nel parco della Skeleton Coast, oltre 100 km di desolazione totale.

La delusione nello scoprire che i relitti di navi naufragate si trovano solo nella parte settentrionale privata è grande. L’unica cosa meritevole di nota è il cancello di ingresso che raffigura due teschi, per il resto non c’è nulla da vedere. Lasciata la costa e piegando verso l’interno, in direzione dell’uscita, la sabbia grigia improvvisamente cede il posto a belle montagne di roccia dal colore rosso, l’ultimo pezzo all’interno del parco e veramente spettacolare, la strada prosegue poi fino a Twyfelfontein regalandoci straordinari panorami e ancora tanti animali.

29.8.04 - Sesfontein

Quello di oggi è un trasferimento breve, da Twyfelfontein dobbiamo raggiungere Sesfontein (Damaraland).

Lasciato il lodge facciamo una deviazione per visitare la foresta pietrificata, la montagna bruciata ed un piccolo canyon con particolari formazioni rocciose  chiamate Organ Pipes (canne d'organo).

Lungo la strada incontriamo diversi villaggi di capanne e fotografiamo finalmente qualche bella faccina scura.

Arrivati a Sesfontein, presso un vecchio forte tedesco trasformato in lodge, quale alloggio ci assegnano la torretta centrale (stupenda su due piani).

Dopo tante giornate intense optiamo per qualche ora di relax, ci rifugiamo nel nostro “castello” per uscirne nel tardo pomeriggio, conosciamo in questa occasione un gruppo di ANM, qualche chiacchiera e una buona cena fanno sempre piacere. La serata si conclude con uno spettacolino canoro improvvisato da un gruppo di ragazzi locali, sono bravissimi, l’attenzione di tutti i presenti è totale, siamo deliziati dalla melodia delle loro voci.

30.8.04 – Epupa Falls

Trasferimento alle Epupa Falls, all’estremo nord, dove il fiume Kunene segna il naturale confine con l’Angola, la distanza da percorrere non è eccessiva (circa 350 km) ma la pista è accidentata e soprattutto nell’ultimo tratto (80 km) si viaggia a velocità molto ridotta (30-40 km/ora).

Lasciata Sesfontein, lungo la pista diamo un passaggio ad una ragazza diretta ad Opuwo, unica cittadina tra questa località e la zona delle cascate.

La serenità della donna ci fa riflettere, qui passano poche auto, non ci sono mezzi, avrebbe potuto attendere ore prima di ricevere un passaggio oppure veder passare le auto senza che queste si fermino, ci sentiamo imbarazzati per rappresentare quella parte di mondo che ha tutto, troppo e nonostante ciò non è mai soddisfatta, abbiamo sempre qualche cosa di cui lamentarci.

Non riusciamo a fare grandi discorsi, la donna parla solo una lingua a noi sconosciuta, ci limitiamo ai gesti ed ai sorrisi, chissà perché deve raggiungere una cittadina così lontana dal proprio villaggio e chissà quando e come riuscirà a tornare?

Arrivati ad Opuwo salutiamo la nostra silenziosa compagna di viaggio, ci fermiamo solo il tempo necessario per fare il pieno di benzina (da questo punto in poi non se ne trova più) e scorta di acqua.

La popolazione qui è mista, si vedono rappresentanze di diverse etnie ed i primi Himba, li si vede ai margini della strada che gesticolano nel tentativo di fermare le auto, chiedendo in cambio di una fotografia denaro, alcol o tabacco. E’ sempre triste constatare gli effetti dannosi provocati dal passaggio del turismo. Non ci fermiamo.

Avvicinandosi alla zona delle cascate il paesaggio cambia, lungo la pista crescono enormi baobab, compare la vegetazione e non mancano gli ormai consueti animali.

Dopo gli ultimi 80 km di scossoni arriviamo finalmente in prossimità del fiume, è un sogno dopo giorni e giorni di strade polverose e di paesaggi aridi vedere tanta acqua, palme, verde.

Costeggiando il Kunene raggiungiamo Epupa Camp, piccolo campo tendato costruito tra la vegetazione sulla riva del fiume.

Preso possesso della tenda assegnata, qualche minuto di pausa e poi subito a vedere le cascate.

Nelle pozze d’acqua i locali fanno il bagno, lavano i panni, le donne riempiono le taniche, i bambini giocano festosi, vediamo tante scene spontanee di vita quotidiana, questa è l’Africa che riconosciamo e riscopriamo con emozione.

Dall’alto di una collina gustiamo il piacere di assistere ad uno spettacolare tramonto che tinge di tonalità calde il fiume, le cascate, la vegetazione rigogliosa e tutto quello che la vista abbraccia.

La serata al campo è piacevolissima, dopo l’ottima cena ci sediamo davanti al fiume, sotto un cielo incredibilmente stellato ad ascoltare i racconti di una guida di origine italiana che vive in Namibia da 35 anni, nel buio della notte sull’altra riva scorgiamo due punti rossi e luminosi, quasi certamente – dice la guida – sono gli occhi di un coccodrillo, rettile presente qui in discreta quantità.

31.8.04 – Epupa Falls / Visita ad un villaggio Himba

La sveglia ed il buongiorno ci sono dati da simpatiche e dispettose scimmiette che corrono sul tetto della tenda e che lanciano ovunque i gusci di strani frutti di cui si nutrono, non c’è modo migliore di cominciare una nuova giornata.

Accompagnati da una guida locale andiamo a visitare un villaggio Himba, popolo fiero e dalla bellezza esagerata, in particolare le donne che sono coperte solamente da un gonnellino costituito da varie strisce di pelle, hanno corpo e capelli interamente cosparsi da una mistura di grasso animale e polvere di ocra rossa, acconciature composte da grosse trecce e monili al collo, polsi e caviglie che ne simboleggiano lo stato civile, a seconda degli addobbi è possibile identificare una donna nubile, sposata o sposata con figli. Sono figure stupende.

L’esperienza tra gli Himba è molto emozionante e autentica, non c’è nessuna recita o danza a beneficio dei visitatori (noi soli con la guida) tutto ciò che vediamo è reale, nessuno tenta di vendere nulla.

Abbiamo chiesto al capo villaggio di visitare la piccola comunità, ha acconsentito, dobbiamo però osservare una regola ovvero non possiamo oltrepassare la zona dove è acceso il fuoco considerato sacro, sarebbe molto offensivo.

Sulle prime ci sentiamo a disagio, abbiamo l’impressione di disturbare, ci sentiamo intrusi, non riusciamo neppure, per paura di essere invadenti, a scattare fotografie, ce ne stiamo inebetiti ad osservare un popolo tanto diverso da noi, che pur essendo costituito da pastori semi-nomadi possiede fierezza ed eleganza inimmaginabili.

Il nostro disagio si scioglie quando, dopo aver notato i genitali infiammati e pieni di mosche di alcuni maschietti, chiediamo alla guida se possono essere utili e accettati disinfettante e pomata naturale alla malva che abbiamo nello zaino (un’amica infermiera prima di ogni viaggio ci rifornisce di ogni tipo di farmaco).

Non solo le donne del villaggio accettano, ma chiedono al ragazzo che ci accompagna di mostrare loro come si usano prima l’uno e poi l’altra.

Ci mettiamo seduti in cerchio, un primo piccolino viene “catturato” e sottoposto al trattamento, non sembra molto felice, ma senza fare storie si lascia ripulire, con un fazzolettino di carta, dalla terra e dalle mosche, il dramma sopraggiunge nel momento in cui si passa al disinfettante che, dalle grida del piccolo, deve bruciare e non poco. Siamo tesi ed in apprensione, il pianto del bimbo ci preoccupa (qui non sono abituati ai capricci) ci domandiamo se non sia stato più dannoso che utile usare una sostanza disinfettante su una parte così delicata… ma ormai è fatta, non resta che procedere con la seconda fase del trattamento: la pomata!

Si tratta di una crema per uso vaginale, è del tutto naturale, non dovrebbe far danno, mal che vada non farà alcun effetto.

Le donne tengono fermo il bimbo strillante, la guida spalma con delicatezza la pomata, noi stiamo col fiato sospeso… pochi secondi ed il piccino smette di piangere… evviva, ha funzionato! Le donne sorridono, il nostro sollievo è grande, io fatico a trattenere le lacrime.

Constatato il successo, la “cura” può essere estesa ad altri bimbi, il problema è acciuffarli. Dopo aver assistito al “martirio” del compagno di giochi nessuno si offre volontario, bisogna rincorrerli, medicarli, sentirli piangere e così via fino a che terminano il disinfettante ad anche la pomata.

Purtroppo al momento non abbiamo altro, ma in valigia, al campo, possediamo una buona scorta di entrambi, promettiamo di lasciare tutto alla guida in modo che possa recapitarlo al più presto al villaggio.

Ora ci sentiamo meno intrusi, le donne ci invitano a visitare l’interno di una capanna, scattiamo con discrezione (usando lo zoom) alcune fotografie ed infine ci salutiamo portando con noi tre donne ed un uomo che approfittano della nostra auto per un passaggio sino al fiume.

Prima di salire sulla jeep le tre donne stendono una coperta per evitare che la miscela rossa di cui sono cosparse sporchi i sedili, tanta premura ci stupisce… i “selvaggi” a volte siamo noi con la nostra presunzione.

Durante il tragitto, le donne e l’uomo parlano, gesticolano e ridono senza smettere un solo momento, chissà cosa si raccontano? impossibile capire anche una sola parola della loro lingua tribale, ogni tanto ci si scambia un gesto, un sorriso, questo è il massimo della comunicazione.

Raggiunto il fiume, prima di scendere dalla jeep, le donne, con cura e delicatezza, spalmano la miscela rossa, aiutandosi a vicenda, là dove la ruvida coperta ha prodotto qualche sbavatura, questo mi fa pensare che la “vanità” femminile è una dote innata, che si tratti di una costosa crema di profumeria o di grasso animale mescolato alla terra ovunque nel mondo la donna prova l’esigenza di essere sempre in ordine.

Anche se lontana dal loro modo di vivere, ambiente e tradizioni, dopo aver assistito al “ritocco del trucco” provo un enorme senso di comunione tutto al femminile.

Una delle tre è in attesa di un bimbo ed è con immenso orgoglio che ci mostra e indica il rosso pancione.

Ci salutiamo.

Siamo molto felici per questa esperienza verace e nello stesso tempo dispiaciuti perché i gruppi di Himba al naturale sono pochi, ripensiamo a quelli incontrati nei dintorni della cittadina di Opuwo, raggiunta da molti turisti solo allo scopo di fotografarli, proviamo tanta amarezza al pensiero dei molti che hanno abbandonato antiche tradizioni per mettersi in bella mostra ai bordi di una pista nel tentativo di “vendere” la propria immagine in cambio di denaro, tabacco o alcol.

Tornati al campo ci spostiamo, superando un ponte di corde, sull’isolotto che sta proprio in mezzo al fiume, con un certo timore di incontrare coccodrilli attraversiamo la vegetazione sino a sbucare su una spiaggetta, ci sediamo a terra e nella pace più assoluta osserviamo l’acqua che scorre vorticosa, le scimmiette dispettose ed il volo di diversi uccelli.

Anche così, senza far nulla, il tempo corre veloce, il sole sta già tramontando ed è ora di riattraversare il fiume e tornare al campo per la cena.

Questa sera ci si saluta, siamo pochi ed ognuno domani prenderà strade diverse continuando o concludendo il proprio viaggio.

Anche in questo affascinante luogo lascio un pezzettino di cuore.

1.9.04 - Kamanjab

Lasciato il fiume Kunene ci spostiamo di 400 km per avvicinarci al Parco Etosha, non potendo raggiungerlo in una sola giornata, facciamo una sosta intermedia nei pressi di Kamanjab.

Ci sistemiamo presso Hobatere Lodge, una immensa proprietà che ospita diversi animali.

Non lontano dal nostro alloggio vediamo alcuni elefanti, sono i primi esemplari incontrati durante questo viaggio, siamo euforici, a piedi tentiamo di avvicinarci, ma scorgiamo una carcassa d’animale troppo fresca, qui sono presenti anche i felini, il buon senso o, meglio, la paura ci induce a rinunciare, non sapremmo davvero come comportarci nel caso di un faccia a faccia con un leone. In macchina è bellissimo avvicinarsi ai leoni… a piedi è decisamente altra storia.

Ci spostiamo, quindi, nei pressi di una pozza d’acqua e dall’alto di una torretta d’osservazione stiamo ad aspettare che gli animali vengano ad abbeverarsi, si stanno avvicinando un branco di zebre ed alcune giraffe, stiamo con il fiato sospeso, è indispensabile osservare il più rigoroso silenzio, purtroppo nel momento in cui sembra che le zebre, sempre molto guardinghe, abbiano finalmente deciso di avvicinarsi all’acqua, sulla torretta salgono due turisti vocianti, assistiamo con disappunto alla fuga in massa e di gran corsa delle zebre seguite dalle giraffe… accidenti ai due casinari!

Qui è presente anche il leopardo, con la speranza di poter avvistare il più elusivo e bello dei felini partecipiamo ad un safari notturno.

Si parte a bordo di una jeep scoperta, la guida cerca nel buio coppie di puntini fosforescenti che presto anche noi impariamo ad individuare, puntando poi su quei punti luminosi il potente raggio di una torcia si scorge un leone qua, una zebra là, una giraffa e così via, è molto emozionante scrutare nel buio immobile e scorgere un paio di occhi, ad ogni avvistamento le aspettative sono alte, si spera di vedere, seguendo il fascio di luce, il caratteristico manto maculato del leopardo, ma non è ancora giunto il momento di fare la sua conoscenza, ci dobbiamo “accontentare” di leoni, giraffe, zebre, antilopi e piccoli animali notturni.

Fatto un ampio giro nella tenuta, dopo un piccolo spavento per essere sprofondati per l’intera altezza di una ruota in una buca e non pochi sforzi per uscirne, torniamo al lodge soddisfatti, ma con un po’ d’amaro in bocca perché ancora una volta abbiamo “bucato” l’appuntamento con il leopardo.

2.9.04 – Parco Etosha

Partiamo alla volta del Parco Etosha, siamo impazienti di varcare i cancelli di ingresso, di prendere possesso del nostro alloggio presso il Rest-camp di Okaukuejo e di iniziare al più presto l’esplorazione dell’area alla ricerca degli animali.

Iniziamo il fotosafari subito dopo mezzogiorno, è uno spettacolo continuo, ci sono animali a centinaia disseminati ovunque. Seguendo i percorsi autorizzati ci avviciniamo alle diverse pozze d’acqua, sempre ben segnalate, meravigliandoci ogni volta per la quantità di animali di tante specie diverse che insieme si abbeverano.

Questo è un modo abbastanza diverso, rispetto agli altri parchi africani, di osservare gli animali, qui, con le numerose pozze che richiamano tutte le specie, si perde un po’ il gusto della “caccia”, nella savana si può stare per lungo tempo in assoluta immobilità in attesa di un piccolo movimento, di una macchia di colore che preannunciano la comparsa – mai scontata – di un animale, in quel preciso momento scattano l’eccitazione e l’euforia per ciò che si sta vedendo, emozioni impareggiabili che qui all’interno dell’Etosha spesso mancano in quanto gli animali si vedono con facilità, tale “pecca” è però compensata dai numeri e dalla miscellanea, cosa che altrove è difficile trovare, si possono vedere branchi numerosi di elefanti, moltissime zebre o antilopi, ma difficilmente tutti insieme come invece accade qui.

Il nostro entusiasmante giro termina prima del previsto a causa dell’improvvisa foratura di un pneumatico, questo è un grosso problema, non tanto per il cambio della gomma, quanto per il fatto che all’interno del parco è proibito scendere dalle auto, pena una salatissima multa ed il successivo “invito” a lasciare l’Etosha.

Non possiamo neppure fermarci in attesa di un improbabile soccorso, c’è l’obbligo di rientrare al campo ad un’ora prestabilita, anche questa infrazione comporta un’elevata multa ed un verbale.

Dobbiamo, per forza di cose, scendere dall’auto, sostituire la gomma al più presto e sperare che non passino i sorveglianti, c’è inoltre l’aggravante che siamo in mezzo agli animali, alcuni feroci, motivo per cui è assolutamente vietato uscire dall’abitacolo, siamo in un bel pasticcio, ma dobbiamo agire.

L’operazione è più complicata del normale, il cric è troppo corto, dobbiamo inventarci una “prolunga” con spessori vari, dopo aver trafficato a lungo, sempre facendo attenzione alle “bestie feroci”, riusciamo a sostituire il pneumatico, raggiungiamo poi per tempo l’ingresso del campo, è stata dura, ma ce la siamo cavata senza spiacevoli conseguenze.

Dopo cena si va al “cinema all’aperto”, ci sediamo davanti ad una enorme pozza d’acqua illuminata ed aspettiamo… per un po’ non succede nulla, i primi ad arrivare sono rinoceronti con relativi cuccioli, siamo molto emozionati, è la prima volta in assoluto che li vediamo, poi in processione continua arrivano proprio tutti.

Zebre e antilopi guardinghe si avvicinano alla pozza con timore, per scappare prima ancora di aver bevuto all’avvicinarsi o alla presunta presenza di un felino.

Per le giraffe è ancora più difficile, per bere sono costrette a piegare le lunghe zampe, posizione che le rende molto vulnerabili agli attacchi dei predatori.

Gli elefanti arrivano decisi ed indisturbati, prendono possesso della pozza sguazzando, bagnandosi con la proboscide, giocando con i piccoli, facendo tutti i loro comodi senza alcuna fretta o timore.

Per gli animali di piccola taglia l’abbeverata è un’operazione molto più complessa e frettolosa, spesso richiede più tentativi, ma alla fine tutti riescono a bere.

Quasi sempre la pozza e tutta l’area circostante sono affollatissime, gli animali più vulnerabili attendono pazienti, discosti dall’acqua, il proprio turno, tra tutta questa “confusione” si aggirano gli sciacalli sempre alla ricerca di un’occasione per cibarsi.

Durante il trascorrere delle ore succede anche che la pozza sia deserta, in quei momenti i nostri sensi si affinano, abbiamo messo a punto una “tecnica” che ci regala non poche soddisfazioni.

L’area attorno alla pozza è una spianata con pochi alberi e punti di riferimento, tutto è nero, memorizziamo le macchie più scure e immobili (massi, alberi, etc.) scrutando tutto l’insieme siamo in grado di individuare ogni nuova “macchia” che avvicinandosi si rivela poi un elefante, un altro, tutto un branco, la stessa cosa succede con gli altri animali, il “gioco” è meraviglioso, l’eccitazione sale alle stelle quando si percepisce un movimento e non sbagliamo un colpo, ogni nuovo punto nero lontano corrisponde ad un animale.

Davanti allo straordinario documentario offerto dalla pozza di Okaukuejo facciamo le ore piccole, siamo gli ultimi ad abbandonare la postazione e lo facciamo a malincuore perché gli animali che sfilano in processione sono sempre molti, ma la testa ciondola dal sonno e tra meno di 4 ore comincia una nuova giornata.

3.9.04 – Parco Etosha

Sveglia prima dell’alba, all’apertura dei cancelli (ore 6 circa) siamo in pole position.

Questo è il momento migliore per assistere a scene di predazione, inoltre, nutriamo sempre la speranza di avvistare il leopardo.

Si comincia dalle piste e dalle pozze nei dintorni del campo, ciascuna regala immagini straordinarie: una ospita centinaia di zebre, un’altra raduna zebre e springbok, un’altra ancora è popolata da elefanti, springbok, impala, zebre, orici, kudu, facoceri, topi (non il ratto! si tratta di una specie di antilope) segue la pozza che oltre ad un mix di antilopi include le giraffe e così via, le pozze sono numerose, quasi tutte sono affollate da animali, tralasciamo quelle momentaneamente senza forme di vita, ci pare uno spreco di tempo attendere gli animali che prima o poi, nel corso della giornata, arrivano ad abbeverarsi, passando senza rimpianti alle successive.

Dove “bivaccano” i leoni, gli animali sono più cauti e guardinghi, ma non fuggono, il re dei felini se ha la pancia piena è un gattone sonnecchiante, che si muove solo per stiracchiarsi perdendo così tutta la sua grinta e “personalità”.

Per spostarci da Okaukuejo al campo di Namutoni dobbiamo percorrere circa 140 km, impieghiamo tutta la giornata sostando alle varie pozze, al Pan (immensa accecante distesa salina) ed al campo centrale di Halali. Il viaggio è ricchissimo di incontri, facciamo il “pieno” di animali, da non credere la quantità e, soprattutto, la mescolanza.

Verso le 16 arriviamo nei pressi del rest-camp di Namutoni, i cancelli chiudono alle 17,30, dopo 10 ore di “documentario” potremmo considerarci più che soddisfatti e decidere di oziare in attesa della cena, ma un sesto senso mi dice di andare a visitare un paio di pozze vicine al campo.

Strada facendo vediamo 4 leoni che stanno banchettando con gli ultimi brandelli di un orice (leggeremo poi sul libro degli avvistamenti del campo che la caccia è avvenuta durante la mattinata, la vittima è appunto un orice ed i predatori 8 leoni) finito lo “spuntino” i leoni si spostano verso la pozza cui siamo diretti, li seguiamo a distanza e… quella che si presenta davanti ai nostri occhi è un’immagine da rivista: i 4 felini stanno bevendo contemporaneamente e le loro figure si riflettono nell’acqua.

Sono scene queste che si imprimono nella mente indelebilmente, non potevamo chiudere in modo migliore una già ricchissima giornata.

Raggiunto il rest-camp, attendiamo il tramonto che ammiriamo dalla terrazza panoramica del vecchio forte, quando il sole cala dietro la linea dell’orizzonte è sempre un momento magico!

Dopo cena diamo un’occhiata alla pozza illuminata, meno scenografica rispetto a quella di Okaukuejo, proviamo sollievo nel vedere che al momento non ci sono molti animali, la notte scorsa abbiamo dormito solo 4 ore, siamo molto stanchi, decidiamo di lasciarla subito, prima dell’inizio della processione, perché poi sarebbe difficile farlo.

4.9.04 - Rundu

Sveglia all’alba (che novità!) per un ultimo giro nel parco alla ricerca del leopardo, se va buca questa, proseguendo il viaggio, non ci saranno altre occasioni.

Percorrendo un giro ad anello che include tre pozze, aguzziamo la vista, ma ahimè del leopardo non c’è traccia, ci dobbiamo “accontentare” di zebre e giraffe, le “mie” splendide e adorate giraffe che pare si siano radunate per salutarmi un’ultima volta.

Tornati al campo facciamo colazione, caricati in macchina i bagagli puntiamo verso nord per raggiungere la cittadina di Rundu nella Regione del Kavango.

A parte una fermata a Tsumeb alla ricerca di una Banca non facciamo altre soste, vogliamo arrivare a destinazione prima possibile.

Il viaggio procede senza intoppi, arrivati a Rundu nel primo pomeriggio ci sistemiamo al Kavango River Lodge, piccolo insieme di bungalow, semplice, carino, abbarbicato sul fianco di una collina con una superba vista sul fiume Okavango che – unico nel suo genere – non sfocia in mare, ma si esaurisce in Botswana tra le sabbie.

Il fiume è molto invitante, cerchiamo di capire se sia possibile navigarlo, il nostro alberghetto non organizza escursioni, ma ci indirizza ad un vicino Lodge (Ngandu Safari Lodge).

Prenotata l’escursione in barca, che avrà inizio tra un paio d’ore e durerà fin dopo il tramonto, scendiamo verso la riva, qui le persone sono “integre”, il turismo non ha ancora prodotto danni, lo straniero è solamente un diversivo e un’occasione per fare festa.

Al nostro arrivo comincia uno spontaneo “carosello” di esibizioni: c’è chi si tuffa in acqua, chi si arrampica sugli alberi, chi compie acrobazie, il tutto condito da saluti e sorrisi, non meritiamo tale onore, ma ce lo godiamo divertendoci.

Alle 16 ha inizio la navigazione a bordo di una chiatta a motore che risale lentamente il fiume contro corrente, il panorama è stupendo, le rive sabbiose ci regalano spaccati di vita: c’è chi pesca, chi lava i panni, chi, con pochi secchi, formando una sorta di catena umana bagna gli orti, chi lavora i campi, nessuno ozia, ma non c’è neppure frenesia.

Dopo aver navigato per un bel tratto, la barca inverte la rotta e fa ritorno al punto di partenza a motore spento seguendo semplicemente la calma corrente.

Tutto quanto sopra descritto, unito al silenzio, allo scorrere placido dell’acqua ed ai colori del più bel tramonto ammirato fino ad ora, ci infonde un senso di pace e appagamento totale, non potremmo desiderare niente di più o di meglio.

La navigazione termina, è ormai buio ed è sabato, contrariamente allo spopolamento che si verifica sempre e ovunque al calar del sole, qui le persone si radunano per trascorrere una serata di festa, da ogni dove convergono famiglie e gruppi di giovani, chi con la musica, chi con cibo e bevande. Bella, davvero bella questa parte d’Africa autentica, dove lo stile di vita è rurale, semplice, non dominato dallo spettro della miseria.

L’escursione si conclude con un passaggio sul cassone di un pick-up tra i saluti e le risate del “pubblico” che assiste alla nostra partenza.

Prima di addormentarmi, passando, come sempre, in rassegna le immagini della giornata, mi dico che alle persone del luogo ed a noi oggi è capitato qualche cosa di straordinario, di diverso dal solito, da ricordare e, forse, raccontare. A noi, anche se immeritata, è toccata la parte migliore, ricorderemo sempre con affetto le manifestazioni spontanee di accoglienza. Loro… chissà?... forse!... ricorderanno quanto sono buffi, impacciati e strani i tizi con la pelle sbiadita, gli occhi chiari e l’aspetto che fa pensare al malaticcio… beh speriamo di essere stati ridicoli a sufficienza in modo tale che possano divertirsi a lungo e di gusto raccontando di noi.

5.9.04 – Caprivi /Mudumu National Park

Partiamo alla volta del Caprivi: affusolata striscia di terra all’estremità nord-orientale della Namibia, lunga 500 km, che si insinua tra Angola, Zambia, Botswana e Zimbabwe.

Percorriamo i 450 km che ci separano dal Mudumu National Park senza soste con una sola eccezione per fare il pieno di benzina. Da non credere… c’è una pompa a mano, l’operazione di rifornimento è lunghissima, mentre attendiamo facciamo amicizia con Johanni, timido ed educato ragazzino che ci guarda incuriosito e che, in un primo tempo, non osa avvicinarsi, poi però si fa coraggio e scambiamo quattro chiacchiere. L’inglese parlato dai ragazzi che frequentano la scuola è per noi “selvaggi” (nel senso che conosciamo giusto qualche frase) un sollievo, ci intendiamo benissimo.

Il serbatoio finalmente è pieno (per essere precisi la Hilux ha ben due serbatoi che consentono un’autonomia di oltre 800 km) salutato Johanni riprendiamo il viaggio attraverso un paesaggio decisamente monotono e inquietante, non ne comprendiamo la ragione, ma per chilometri e chilometri la vegetazione è bruciata, ovunque ci sono i resti di incendi di grandi proporzioni, non sappiamo se, come purtroppo avviene in altre zone africane, siano il risultato di un tipo di sfruttamento del terreno alquanto discutibile oppure se gli incendi siano scoppiati durante il conflitto angolano o che altro, sta di fatto che non ci aspettavamo un tale disastro, siamo dispiaciuti per la popolazione e per gli animali che certamente se ne sono andati.

Superata la cittadina di Kongola la situazione migliora, il paesaggio, anche per la presenza di un bel fiume, si fa meno aspro, ricompare il verde e si materializzano minuscoli villaggi di capanne.

Lasciata la strada principale, seguendo una pista polverosa per diverse decine di chilometri raggiungiamo il Parco ed il Lianshulu Lodge che si trova al suo interno.

Il posto è splendido, ringraziamo mentalmente chi ci ha consigliato di non perdere tempo lungo la strada e di arrivare qui al più presto.

Una simpatica e cordiale biondina (sudafricana o tedesca? chi lo sa?… tanto è uguale, non cambia nulla!) ci informa in merito alle possibili attività cui possiamo partecipare, ci mostra i vari ambienti ad uso comune ed, infine, ci accompagna al bungalow che ci è stato assegnato… una meraviglia! Si tratta di una costruzione in legno con tetto di paglia, ben nascosta tra la vegetazione ed affacciata sul fiume.

L’interno è molto spazioso, arredato con gusto, due pareti sono costituite da vetrate, una si apre su una terrazza che dà direttamente sul fiume ed è posta di fronte ai due lettoni gemelli, la seconda, che sta di fianco ad uno dei letti, ci permette di vedere la foresta, non ci sono tende, ma nessuno può guardare all’interno, la stessa cosa vale per gli altri bungalow: sappiamo che ci sono, ma non li vediamo.

C’è anche un ampio spogliatoio/guardaroba ed, infine, il bagno che ci lascia ancora più a bocca aperta di quanto già non siamo… fino all’altezza dei due lavabo le pareti sono di legno, il resto è tutto a vetri (sempre senza tende) con vista fiume e foresta, questo vuol dire che anche facendo la doccia o qualsiasi altra “funzione” possiamo osservare gli elefanti che si abbeverano di fronte.

Naturalmente non c’è traccia di modernità quali serratura alla porta d’ingresso, telefono e televisione, qui c’è un unico “canale” visibile: lo spettacolo offerto dalla natura e dagli animali!

In caso di emergenza (immaginiamo per via di ipotetici attacchi di animali) dovremo utilizzare una specie di tromba da stadio, ci è stato raccomandato di non farne un uso sconsiderato.

Istruiti a dovere la biondina ci lascia, ci piazziamo sulla terrazza in totale contemplazione di quanto succede al di là del fiume ed in ascolto dei cori di rane, insetti, ippopotami e quant’altro.

Potremmo stare “rinchiusi” qui per tutto il tempo della nostra permanenza senza mai sentirci confinati, naturalmente lo facciamo solo nei momenti di pausa tra un’attività e l’altra.

Alle 15, dopo aver onorato squisiti dolcetti accompagnati da una tazza di tè fumante, facciamo la prima escursione.

Con una chiatta si naviga lungo il fiume che in quest’area si chiama Kwando e segna il naturale confine con il Botswana, proseguendo nel suo corso cambierà nome in Linyanti ed infine Chobe, realizziamo così che dal bungalow quel che si vede a poca distanza (il fiume in quel punto non è molto largo) è già Botswana.

Navighiamo sull’acqua tappezzata di ninfee intravedendo attraverso la trasparenza le lunghe radici che terminano sul fondale. Il fiume è popolato da numerosi pesci, coccodrilli ed ippopotami, sulle rive si alternano uccelli multicolori, coccodrilli sonnecchianti, springbok e tra la vegetazione si scorge una quantità esagerata di piccole scimmie, dopo alcune ore a tutto ciò si aggiungono gli splendidi colori di un tramonto da cartolina.

Terminata l’incantevole escursione gustiamo il piacere di fare la doccia ammirando, attraverso le vetrate, le ultime sfumature infuocate nel cielo quasi buio, che incredibile sensazione!

La cena non può che essere intima (siamo solo 4 ospiti) e ottima, il fuoco dopo cena è suggestivo, il percorso fino al bungalow scortati da un guardiano (perché si potrebbero incontrare gli ippopotami) è decisamente avventuroso, i minuti prima di addormentarci potendo ammirare il cielo nerissimo “acceso” da milioni di stelle sono magici.

Si può desiderare di più?

6.9.04 – Caprivi / Mudumu National Park

Sveglia alle 6, colazione veloce, subito dopo si parte con una jeep scoperta per un safari all’interno del Parco. A quest’ora fa piuttosto freddo, sui sedili però troviamo alcune coperte che non restano ripiegate e inutilizzate a lungo. E’ troppo simpatica questa del safari con la coperta addosso.

Esploriamo, per oltre 4 ore, il Parco, il cui ambiente è costituito in prevalenza da bush ed ampie zone paludose ricche di acqua e vegetazione dove si avvicendano numerose famiglie di elefanti.

Con l’alzarsi del sole sale anche la temperatura, ci liberiamo gradualmente delle coperte e di vari strati di indumenti esponendo inevitabilmente braccia e gambe agli attacchi di fameliche mosche Tse-tse che però impariamo a non temere, basta tenerle d’occhio e scacciarle con un gesto delicato.

Le ore di safari ci regalano avvistamenti in continua successione di elefanti, bufali, facoceri, springbok, kudu, zebre, babbuini, impala e numerose varietà di uccelli, nel fiume stazionano coccodrilli e ippopotami, dei leoni vediamo solo le impronte.

Pur non avendo avvistato felini non ci possiamo lamentare, la “caccia” è stata comunque ricca di emozioni.

Poco prima di mezzogiorno torniamo al lodge, ci sediamo a tavola per il secondo round della colazione: un’esagerazione di squisitezze a scelta tra verdure, pesce, insalate e diverse altre pietanze. Alla faccia della colazione! Tè, caffè e dolci prima del safari ed ora il “salato”.

Il ristorante è collocato su una terrazza ombreggiata costruita a palafitta sul fiume, possiamo così, “senza tregua”, continuare ad osservare gli animali mentre piccoli uccelletti colorati fanno banchetto con le nostre briciole.

Presi gli accordi per una seconda “crociera”, ci avviamo per un paio d’ore di pausa verso il nostro “rifugio”, attraversiamo un pratone disseminato di graziosi Xero (somigliano agli scoiattoli) il documentario prosegue poi, mentre siamo comodamente seduti in terrazza, con gli elefanti che affollano l’altra sponda del fiume e le scimmiette che si rincorrono sui rami degli alberi.

Alle 15 non disdegniamo il rito del tè e poi di nuovo in barca in direzione opposta rispetto a ieri per accarezzare i papiri del Botswana e per godere per l’ultima volta della quiete di questo Parco e della sua abbondanza di animali e uccelli fino a che il tramonto colora la scena ed impreziosisce il tutto con i suoi caldi colori.

La giornata si conclude con una cena raffinata, un po’ di conversazione attorno al fuoco, un breve ed emozionante safari a piedi alla ricerca degli ippopotami che col buio escono dall’acqua per cibarsi tra la vegetazione.

L’ippopotamo, contrariamente a quanto rappresentato dal protagonista della pubblicità Lines (Pippo) è un animale estremamente feroce, seguiamo alla lettera le istruzioni del guardiano per evitare situazioni di pericolo, il clima di aspettativa è elettrizzante, ma a quanto pare i bestioni questa sera hanno scelto un luogo diverso per cibarsi. Pazienza!

Ci addormentiamo guardando il cielo stellato cullati dal “coro” delle creature che popolano questo incantevole posto.

7.9.04 - Otavi

Siamo riluttanti a lasciare quest’oasi di pace e bellezza, ma non possiamo permetterci divagazioni, da oggi comincia l’inesorabile avvicinamento a Windhoek, i nostri giorni di vacanza stanno per esaurirsi, è triste, ma non ci sono alternative.

Viaggiamo per tutta la giornata percorrendo in totale 810 km, concedendoci solo brevi e necessarie soste.

Temevamo un po’ questa tappa così lunga, ma viaggiando su strade in prevalenza asfaltate con traffico inesistente non è stato troppo massacrante.

Arriviamo al Khorab Safari Lodge di Otavi un’oretta prima del tramonto, non ci aspettavamo grandi cose da questo alloggio, l’abbiamo scelto valutandone la vicinanza alla strada principale ed in considerazione del fatto che quel che ci serviva durante la sosta intermedia tra il Caprivi e la Capitale era solo un letto e la possibilità di cenare.

Abbiamo però constatato che, in Namibia, anche le strutture meno pretenziose, pur essendo semplici sono molto curate, hanno sempre un particolare che, nel loro piccolo, le contraddistingue e rende la presenza di chi vi alloggia piacevole e confortevole. Il Khorab Safari Lodge non fa eccezione, ha poche camere, essenziali, ma spaziose che si affacciano su un bel giardino fiorito, tutt’intorno una vasta proprietà che raduna diversi animali, proprio qui vediamo per la prima volta l’Eland, la più grossa delle antilopi (ha le stesse dimensioni di un cammello) ed un’altra antilope, dal manto scuro, mai vista prima di cui, purtroppo, non ho annotato il nome.

Anche la cucina in questo Lodge lascia il segno, gustiamo uno dei migliori filetti di tutto il viaggio, siamo dispiaciuti per la “vittima”, un Eland, ma in Namibia è cosa assolutamente ordinaria mangiare carne di orice, springbok e di diversi altri animali selvatici, le prime volte sembra una crudeltà poi ci si adatta alle usanze locali e bisogna riconoscere che la carne è eccellente.

8.9.04 – Waterberg Plateau / Windhoek

Abbiamo a disposizione l’intera giornata per percorrere gli ultimi 360 km di questo lungo e straordinario viaggio.

Ci permettiamo una deviazione per avvicinarci al Waterberg Plateau, giusto per vedere com’è fatto, si tratta di un imponente altopiano di roccia rossiccia lungo 50 km e largo 16 che si innalza dal suolo piatto per 150 m, lo costeggiamo per diversi chilometri ammirandone le ripide pareti rocciose il cui colore spicca tra il verde della vegetazione, in questa zona vediamo i termitai più grandi di tutta la Namibia.

Tornati sulla strada principale proseguiamo, senza ulteriori soste, fino a Okahandja dove visitiamo un grande mercato permanente di artigianato.

I venditori sono piuttosto assillanti, facciamo qualche acquisto, vorremmo poter curiosare di nuovo e liberamente tra i piccoli stand, ma ci sentiamo troppo pressati rinunciamo, pertanto, ad un secondo giro.

Percorriamo, infine, gli ultimi 70 km, nel tardo pomeriggio raggiungiamo Windhoek e l’Hotel Villa Verdi, da qui siamo partiti oltre 3 settimane fa ed esattamente qui termina il viaggio.

Rimandato a domani l’ultimo giro in città, facciamo una doccia, sistemiamo i bagagli, dopo di che, in attesa della cena, ci piazziamo sui lettini a bordo piscina per fare il pieno degli ultimi caldi raggi di sole africano.

Rispetto a quando siamo arrivati la temperatura è molto cambiata, ora è possibile cenare all’aperto e sostarvi, senza rabbrividire, fino al momento di andare a dormire, l’inverno australe sta cedendo il posto alla stagione più calda.

9 e 10.9.04 – Windhoek / Italia

Il volo per l’Italia parte alle 16,10, abbiamo ancora qualche ora a disposizione che sfruttiamo visitando il centro città.

Nei giardini in prossimità della Christuskirche (chiesa luterana tedesca dallo stile insolito che vede la mescolanza tra il neogotico e l’art nouveau) troviamo alcuni venditori (di manufatti artigianali) dal carattere placido che sembrano disinteressati a noi turisti, riusciamo così a fare serenamente alcuni acquisti di oggetti e statue in legno più belli ed anche meno costosi rispetto a quelli esposti a Okahandja.

Ci spostiamo poi nella centrale zona pedonale, anche questa occupata da artigiani ambulanti che espongono cose molto interessanti, esauriamo così con altri acquisti le ultime banconote namibiane.

Stiamo per lasciare la via quando un uomo ci rincorre proponendoci un magnifico ippopotamo ricavato da un unico pezzo di legno molto duro, è un capolavoro, ma è troppo grosso e, soprattutto pesante, inoltre non abbiamo un solo spicciolo in moneta locale… però è troppo bello per lasciarlo qui ed, inoltre, l’artigiano ci fa tenerezza mentre lo lustra con un panno. Comunichiamo all’uomo di possedere solo Euro, calcoliamo un cambio più favorevole a lui per non dare l’impressione di fare gli strozzini e per 30 Euro concludiamo la trattativa con piena soddisfazione da entrambe le parti.

Carichi anche di quest’ultimo nuovo “fardello” cerchiamo l’ufficio postale per la spedizione delle cartoline infine facciamo un giro per negozi.

E’ ormai tempo di tornare in hotel, risistemare per l’ennesima volta i bagagli che non ne vogliono sapere di chiudersi, caricata tutta la roba in macchina ci rechiamo presso l’Agenzia di autonoleggio per la riconsegna del mezzo.

Fatti i controlli all’auto, il proprietario ci rende, dietro presentazione di scontrino, l’intera somma spesa per l’acquisto di un nuovo pneumatico, spesa resasi necessaria a seguito di una foratura che aveva danneggiato irreparabilmente una delle 4 gomme.

Società onestissima, siamo pienamente soddisfatti delle prestazioni dell’auto e della professionalità del titolare che, poco dopo, ci accompagna in aeroporto e ci saluta.

E’ davvero finita!

Il viaggio di ritorno è lungo, facciamo un primo scalo a Johannesburg ed un secondo a Francoforte, arrivando a casa dopo 24 ore. Siamo molto stanchi, frastornati, abbiamo ancora “la testa tra le nuvole”, ma, soprattutto, siamo totalmente appagati da quanto ci è stato regalato dal Paese dai colori sfumati. E’ stato un grande viaggio in tutti i sensi.

Grazie Namibia!

 

Viaggio di:

Daniela Bellan e Sandro Balducchi

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