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UGANDA - Diario di viaggi dal paese dove è sempre primavera (1999-2004-2005) di Paola

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Ci siamo, domani all’alba si parte, sembra impossibile ma il gran giorno è arrivato. Sono mesi che lo aspetto che ci penso e adesso è così vicino……finisco di preparare gli zaini, il mio e quello di mio marito, è incredibile vedere quanta roba si riesce a farci entrare, sembrano senza fondo basta spingere un po’ e tutto scompare al loro interno. Lo peso, 13 Kg, perfetto. Ripenso a quello che mi serve, oramai la lista è stampata in testa, controllo i passaporti, i biglietti aerei, c’è tutto, so già che alcune cose non le userò mai, altre come le medicine spero invece di non usarle mai. Ma a ben pensarci cosa mi serve per un viaggio in Africa, i documenti, per forza, e poi il mio inseparabile binocolo e la macchina fotografica, mio marito preferisce la telecamera, e sono pronta a partire, no, cosa sto dicendo, dimentico i miei vecchi scarponi di colore indefinito, hanno visto troppo fango e troppa acqua per poterlo riconoscere, forse erano verdi? grigi? marroni? Non importa sono bellissimi e soprattutto comodissimi e poi la mitica , la mia giacca verde, è dall’84 che mi accompagna in ogni viaggio ed in ogni avventura , certo è un pò malconcia , i rattoppi in alcuni punti non bastano più, ma è sempre lei , mi ha protetto dalla pioggia, dal vento, dalle spine, ha dormito con me e camminato con me, mi ha tenuto compagnia, è il mio guscio, la mia inseparabile seconda pelle. Adesso ho proprio tutto , sono pronta!

Mai il suono della sveglia è stato il ben venuto come oggi, inizia l’agitazione e l’attesa poi finalmente si decolla , sono irrequieta, leggo, dormo, mangio o meglio mangiucchio, perché già i pasti a bordo degli aerei lasciano il tempo che trovano, ma quelli vegetariani sono ancora peggio, chiacchiero, che pazienza mio marito che mi sopporta, ma quando arriviamo? Atterriamo, e come scendo dall’aereo malgrado oltre 10 ore di volo mi si dipinge sulla faccia un sorriso di soddisfazione, non riesco a non sorridere “sono a casa”, e le lungaggini per il ritiro bagagli, le code per il visto, mi scivolano addosso, continuo a sorridere……..

E poi usciamo dall’aeroporto ed ecco Tom, il nostro amico, la nostra guida che, non vedo da un anno ma con il quale ci sentiamo sempre via mail, benedetti i computer, e il profumo dell’Africa si è già impadronito di me , dei miei polmoni, dei miei abiti, della mia pelle.

Malgrado i ritmi africani, la sveglia è sempre presto, non voglio perdermi neanche un attimo, è un anno che manco eppure mi risveglio con una sensazione di appartenenza che si prova solo a casa.

Kampala, la capitale che sorge su sette colline, la tipica città africana piena di vita, di rumori, di macchine che s’infilano da tutte le parti, dove i semafori sono pochissimi e sostituiti dagli immancabili clacson. Ed eccoli sui tetti, nei giardini, i marabù, come sentinelle impassibili questi bizzarri uccelli giganti si aggirano tra i rifiuti svolgendo un ruolo importantissimo, sembrano surreali sono l’equivalente dei nostri piccioni, solo che sono alti oltre un metro con le loro zampe diritte come un fuso e quel becco enorme.

Sono contenta di tornare nel nostro lodge il Blu Mango , un’isola di tranquillità nel caos, il tempo di pianificare la giornata e via si torna ad Entebbe per andare a visitare l’isola di Ngamba e per far questo c’imbarchiamo su una barca veloce che scivola per un ora tra le isole del lago Vittoria. In effetti la sensazione che hai non è quella di un lago come i nostri, il Maggiore, il Garda, hai la sensazione del mare, anzi dell’oceano, sei sopraffatta dall’immensità, dalla mancanza di terra all’orizzonte.

Sbarchiamo, ci accolgono i responsabili dell’isola, si perché l’isola è un santuario per la protezione degli scimpanzé orfani e di quelli che vengono sequestrati in dogana, a qualche delinquente che pensava di portarsi un pezzo d’Africa nel suo appartamento di Milano o di New York, ancora peggio sono gli scimpanzé trovati incatenati ed usati nei circhi locali o come animali da compagnia sin tanto che non diventano troppo grossi e allora malgrado prima li si trattasse come cagnolini non si esita ad imprigionarli ed incatenarli . I più fortunati vengono scoperti e portati qui. La riserva fa parte insieme a quelle in Kenya, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo della fondazione di Jane Goodall , la donna che ha fatto conoscere gli scimpanzé al mondo, quella che ha scoperto che anche gli scimpanzé usano gli utensili gettando sgomento nel mondo scientifico perché come disse Louis Leakey “ Ora dobbiamo ridefinire l’uomo, ridefinire gli utensili o accettare gli scimpanzé come esseri umani”. Ma al di là di tutte le prove scientifiche , basta guardarli negli occhi, e l’ 1,6 % di DNA che ci separa, svanisce.

La visita alla riserva è molto formativa e utile per finanziare la sopravvivenza di questi sfortunati animali, inoltre è possibile fare delle bellissime foto perché 2 volte al giorno viene data loro della frutta, in quanto le dimensioni dell’isola non sono sufficienti a sfamare tutti gli scimpanzé e in quel momento è possibile osservarli da vicino separati da una rete, ma per una volta siamo noi in gabbia.

E’ tardi dobbiamo tornare, un ultimo sguardo ai pannelli didattici molto ben fatti e via sul lago verso nuove avventure.

Prossima tappa il Murchison Falls N.P., la strada è lunga, fa caldo, le bottiglie d’acqua si svuotano ad un ritmo vertiginoso, dobbiamo fermarci non solo a far benzina, ma soprattutto a far rifornimento d’acqua, dobbiamo arrivare in tempo per prendere la chiatta che ci porterà dall’altra parte del Nilo Bianco, il mitico fiume, il fiume dell’immaginario e della storia. Siamo arrivati in tempo l’ultima chiatta , ci traghetta e arriviamo stanchi ma felici al nostro lodge, il Paraa, che pace è quasi sera i colori sono smorzati, languidi. Nell’immenso salone ci siamo solo noi e ci abbandoniamo al sogno, ci sentiamo fuori dal tempo e pensare che solo l’altro ieri eravamo immersi nel traffico di Milano, non ci credo!!!!!!!!!!!! La cena è ottima , siamo coccolati da tutto il personale ma la stanchezza ci impedisce di godere a lungo della loro ospitalità, dobbiamo recuperare le forze , domani ci aspetta il nostro primo safari ugandese.

Colazione e via, verso l’ignoto, tanti animali, dai timidi oribi agli sfrontati facoceri, damalischi, Uganda kob, giraffe, ma malgrado i nostri sforzi non riusciamo ad avvistare né leoni né leopardi, ma sono sicura che loro ci hanno visto. Le ore passano in un baleno, è tardi bisogna rientrare per non disturbare con la nostra rumorosa presenza, ci ritiriamo e lasciamo la savana a loro.

Ed eccoci sulla barca, stiamo risalendo il Nilo sino alla cascate. Poco dopo la partenza avvistiamo i primi ippopotami che ci scrutano a pelo d’acqua, i loro grugniti, la loro mole e la pubblicità che abbiamo visto tutti da piccoli mascherano la loro forza e la loro pericolosità , ci guardiamo, ci studiamo e poi ognuno per la sua strada. Le rive del fiume brulicano di vita, uccelli di tutti i tipi, aquile, aironi, ecc., bufali, ma soprattutto i coccodrilli.

Non ho mai visto coccodrilli così grossi, sono enormi, spaventosi, arcaici, sprigionano forza , potenza e rispetto, se ne stanno tranquilli sulla riva a godersi il sole , ma quando si muovono mostrano una rapidità ed agilità sorprendenti, sono così dinamici e spaventosi nel loro tuffarsi in acqua che rimango senza fiato.

Rumore, il rumore dell’acqua precede la vista della cascata, l’acqua del fiume è nascosta alla vista da nuvole di schiuma impalpabile, ma cos’è? da dove viene ? Vorrei chiederlo alle guide ma mi vergogno, guardo, osservo, cerco di capire e poi eccola la cascata, l’origine di tutto, dove milioni di metri cubi d’acqua dalle origini del tempo precipitano nella roccia, creando miliardi di particelle che nella calura africana rigenerano i sensi, la schiuma nasce da lì , dal rimescolamento potente dell’acqua nell’acqua. Lasciamo la barca e prendiamo in prestito il sentiero degli ippopotami per risalire il versante ed arrivare alla sommità delle cascate. Sono immense , la guida mi dice che in questo periodo la loro portata è ridotta , perché è la stagione secca. L’acqua in sospensione ci penetra nelle narici, tra i capelli, siamo fiori ricoperti di rugiada, forse esagero, ma è così che mi sento.

Lasciamo il Murchison, lambiamo le sponde del lago Alberto, lanciamo lo sguardo verso l’orizzonte ma la vista del Congo ci è impedita da una leggera foschia, accorrono i bambini, immancabili in tutta l’Africa che, con la loro curiosità si avvicinano e ci osservano, passeggiamo sulla spiaggia, raccogliamo conchiglie, qualche parola d’inglese, ma non serve parlare basta guardare questi bambini nei loro occhi che ridono per capire che stiamo condividendo un momento delle nostre vite.

Arriviamo alla Bundongo Forest Riserve, siamo stanchi ricoperti di quella terra rossa che trovi solo in Africa, ma l’accoglienza che ci riservano i babbuini è così chiassosa che la stanchezza svanisce.

Con la guida partiamo alla ricerca degli scimpanzé. La foresta è bellissima, siamo soli e ci aggiriamo con il naso all’insù sperando di cogliere un movimento, eccoli uno, due, tre, non sappiamo più dove guardare, vorremmo avere 100 occhi, sono i nostri primi scimpanzé liberi .

Stanchi ma felici torniamo al campo base, abbiamo deciso di dormire lì, in graziose bandas, le persone del campo ci accolgono con un atto di gentilezza che ci commuove, ci hanno scaldato l’acqua e con un sistema di carrucole sospese hanno creato una doccia spartana ma funzionale, siamo senza parole abituati ad un mondo dove ti viene dato solo in base a quanto sei disposto a pagare, questo dare disinteressato ci stupisce ma in fondo non ci sorprende, siamo in Africa.

Presi da tutte queste emozioni ci siamo dimenticati di fare provviste per la cena, ma il borbottio dello stomaco ci ricorda improvvisamente che è ora di mangiare, ma cosa?

La nostra guida si offre volontario e parte con la macchina alla ricerca di cibo.

Siamo soli con i nostri amici, il personale del parco è andato a casa, siamo in mezzo alla foresta, portati dal vento si sentono i rumori di un villaggio lontano, non sappiamo cosa fare, le ore passano, la fame aumenta, nella notte avanzano 2 fari è la nostra guida con il cibo…… si mangia, non so come né dove è riuscito a procurarci degli spaghetti al pomodoro con patatine fritte.

Ci mettiamo tutti intorno al fuoco con la luna che ci illumina e iniziamo a mangiare. Gli spaghetti sono contenuti in un sacchetto di plastica, ci guardiamo tra di noi non sappiamo cosa fare, poi uno infila una mano nel sacchetto ne tira fuori un po’ e gli spaghetti spariscono in bocca, sono squisiti e finiscono subito. La grappa materializzatasi all’improvviso è il coronamento di una cena eccellente.

Passando per Fort Portal arriviamo sotto una pioggia scrosciante al Semuliki N.P., dall’altra parte il Congo.

Ci accampiamo con la nostra tenda nell’unico campeggio è inutile dire che non c’è nessuno. La sera avanza e ci troviamo davanti al fuoco con le guardie che ci fanno compagnia, ceniamo con birra e biscotti che condividiamo con tutti.

Chiedo a Tom come mai l’unico bambino presente al campo che vedo giocare e ridere con la sua mamma e con tutti, quando mi vede si ammutolisce malgrado io gli sorrida e assuma verso di lui l’atteggiamento che si ha con tutti i bambini poco più che neonati e malgrado la mamma lo incoraggi , lui rimane impassibile. Tom con molto tatto mi fa capire che si comporta così perché non è abituato a vedere donne bianche, in quel momento capisco che qui l’altro sono io!

Alla mattina partiamo in esplorazione con un guardia parco che lungo il cammino si ferma e ci insegna a riconoscere le piante che i locali usano a scopo medicinale, c’è persino una pianta il cui infuso viene utilizzato durante gli attacchi di malaria. Arriviamo al Sempaya Hot Spring, la scena che ci accoglie è irreale, questi geyser il cui getto si sfuma nel vapore sono circondati da una nebbiolina che lambisce tutta la piana al di sopra della quale spuntano le montagne di un verde intenso che la pioggia ha reso ancora più carico. Troviamo tracce del passaggio recente di babbuini, vediamo copie di ibis sacri immobili nella nebbia e le immancabili scimmie red tayler che ci seguono. Ci fermiamo a mangiare è cuociamo direttamente nell’acqua sulfurea le uova e i matoke, le banane verdi che vediamo sempre trasportate in enormi cespi in bilico sulle biciclette.

E’ la prima volta che mangiamo i matoke, sono buone e sanno di patata.

Al mattino arriviamo al Bunyuguru Crater Lake Field, è una zona di laghi vulcanici e cascate uno più bello dell’altro, per visitarli passiamo in mezzo a villaggi fatti di poche capanne e rubiamo frammenti di vita quotidiana, in ogni passaggio la schiera di bambini che ci accompagna aumenta, siamo un piacevole diversivo per tutti loro. Al ritorno rendiamo omaggio al bambino che ci ha fatto da guida, condividiamo tutti i biscotti e le caramelle che abbiamo, l’unico adulto presente chiede ai bambini di ringraziarci e questi lo fanno quasi inginocchiandosi in segno di rispetto e io mi inginocchio con loro, perché sono io che li ringrazio.

Attraverso campi di mais, di patate e piselli andiamo a visitare l’Amabere Caves, piccole e graziose grotte che ti permettono di camminare dietro una cascatella, raggiungiamo il lago Saka e scaliamo la montagna che parte dal lago dalla cui sommità osserviamo la catena dei Ruwenzori, le “Montagne della Luna”, lo scenario è davvero bellissimo.

Riprendiamo la strada e passiamo davanti ad edifici che attirano la nostra attenzione, sono scuole, i muri esterni sono ricoperti da murales che riproducono il corpo umano, le lettere dell’alfabeto, i pianeti e molto altro.

Finalmente raggiungiamo il Kibale N.P., non faccio tempo a scendere dalla jeep che sono già pronta , ho tutto quello che mi serve per inoltrarmi nella foresta alla ricerca degli scimpanzé. Siamo fortunatissimi, siamo soli con la guida, lungo la strada sono circondata da farfalle che al mio passaggio si alzano in nuvole di colore.

La guida ci conduce lungo un sentiero sempre più stretto , è senza macete e progrediamo a fatica, il sottobosco è fittissimo e man mano che avanziamo cresce in me l’agitazione. Il primo nido notturno è un tuffo al cuore, ci siamo, li sentiamo, urla e rumore di rami spezzati ci fanno capire che sono lì a pochi passi nascosti alla vista solo dal folto della vegetazione. Il nostro primo scimpanzé ci accoglie silenzioso facendoci la pipì in testa, ma non importa avanziamo e ci accorgiamo che stiamo camminando su un tappeto di frutti simili alle nostre albicocche, sono la ghiottoneria degli scimpanzé ed eccoli sui rami sopra di noi che mangiano con gusto questi frutti, con le loro mani li aprono a metà e mangiano la parte più dolce, quella intorno al nocciolo, e poi fanno cadere il resto, è tutto un tonfo, non sappiamo più dove guardare , il profumo dolciastro dei frutti in decomposizione ci stordisce, è troppo bello per essere vero!

Il tempo passa in fretta e ben presto ci troviamo al centro visitatori o meglio al ristorante del centro, le porzioni sono gigantesche ma non rimane niente nel piatto.

Nel pomeriggio ci rechiamo a Bigodi, dove sorge un centro per lo sviluppo rurale ed ambientale, creato da donne per poter garantire una miglior qualità della vita alla comunità attraverso iniziative di vario tipo e la vendita di prodotti artigianali. I cestini sono semplici ma ben fatti, i disegni ripropongono simmetrie geometriche in cui i colori naturali sfumano uno nell’altro. Tutti i miei parenti a Natale riceveranno questi cestini in regalo, perché le donne devono sostenere le donne.

Dormiamo a Kanyanchu nell’unica elevated banda, il passaggio dalla nostra tenda a questa bandas a due piani è traumatico.

E’ sera, siamo arrivati al Queen Elizabeth N.P., passiamo il gate e come sempre, malgrado la luce se ne stia andando, mi alzo in piedi sui sedili della jepp quasi a catapultarmi nell’immensità. Respiro a pieni polmoni l’aria di sole e di savana, un ippopotamo dietro una curva ci dà il benvenuto.

Siamo al Mweya Safari Lodge, è bellissimo il lago Edward da una parte e il canale Kazinga dall’altra. Bande di manguste si aggirano incuranti degli uomini, il loro sguardo è oltre, spariscono con la rapidità con cui sono comparse.

I gechi sfidando la forza di gravità consumano silenziosi la loro cena, le aquile pescatrici con il loro lamento si gettano nel canale per riemergere con un pesce tra gli artigli.

Siamo seduti nella veranda della nostra camera godendoci un po’ di relax e a pochi metri da noi avanza inginocchiata e silenziosa una famiglia di facoceri intenta brucare l’erbetta fresca, si fermano davanti a noi e la macchina fotografica diventa incandescente.

E’ l’alba Tom con la jeep è già pronto, la trepidazione si è impadronita di me, persino la colazione la vedo come una inutile lungaggine, ma quando partiamo?????

Fa freddo, l’aria è pungente ho fuori solo gli occhi e il naso, ma è più forte di me, devo stare fuori, la jepp si muove lenta pronta a fermarsi in ogni momento e ben presto scorgiamo il primo gruppo d’elefanti che pigramente sta risalendo dal canale, animali in continuo movimento, attraversano il Q.E.N.P. alla ricerca di acqua, cibo, ed ombra. Via via incontriamo uganda kob, cobi dell’ellisse, facoceri , facoceri di foresta, bufali, ieni, tragefali, varani del Nilo, babbuini, ecc……

Ci perdiamo nella savana un tempo popolata da migliaia di animali, la dittatura di Amin ha lasciato il segno anche qui.

Oggi si sta ripopolando velocemente, non c’è la quantità di animali che si trovano nelle piane del Serengheti o del Masai Mara ma in ogni viaggio vedo sempre più cuccioli.

Scorgiamo i leoni che si crogiolano nella loro pigrizia senza perdere d’occhio i cuccioli impegnati in agguati immaginari.

I chilometri e le ore scorrono veloci, la zona attorno al lago salato e ai crateri offre paesaggi bellissimi, la strada s’inerpica su pendii impegnativi che sembrano irraggiungibili.

In barca risaliamo il canale Kazinga sino al lago George, un ranger del parco ci accompagna, mandrie di elefanti scesi ad abbeverarsi popolano le rive, bufali e ippopotami ricoprono l’acqua, aironi, aquile, pellicani, cormorani e molti altri uccelli si alzano in volo al nostro passaggio.

Un altro giorno, un’altra emozione, ancora loro gli scimpanzé. Siano nel Kyambura Gorge e dopo un breve breafing con i ranger partiamo alla loro ricerca. Siamo così concentrati sugli scimpanzé che non apprezziamo la presenza di tutte le altre scimmie che guardano curiose.

Costeggiamo il fiume vediamo un enorme albero caduto che il caso ha trasformato in un ponte naturale, divento inquieta! Ed infatti il ranger ci dice che dobbiamo attraversarlo, ci guardiamo tutti senza sapere cosa dire eccitati all’idea di fare un esperienza all’Indiana Joens ed impauriti all’idea di cadere nell’acqua sottostante che scorre veloce, anche se in fondo la paura più che per me è per il mio binocolo e la mia macchina fotografica. I ranger con la disinvoltura data dalla quotidianità e dall’esperienza passano sull’altra sponda velocemente, quando arriva il mio turno tutto si blocca, il mio procedere è così lento che sembro ferma, ma ce la faccio il richiamo degli scimpanzé è troppo forte. Ma perché il tempo in Africa passa così velocemente, è già ora di risalire il sentiero.

Il Queen Elizabeth è veramente enorme, al suo interno ci sono ambienti completamente differenti, dormiamo al Jacana Lodge, è stupendo, le camere hanno tutte una veranda coperta con la vista sul lago, anche i seggioloni per i bambini sono di legno finemente intagliati con scene africane.

Visitiamo la foresta di Maramagambo la più estesa dell’Uganda,ci accompagna Betty, un ranger del parco che ci conduce alla grotta dei pipistrelli, sono milioni, forse esagero ma sembrano infiniti, sono ovunque, pigiati uno di fianco all’altro stretti in un abbraccio collettivo il loro suono è amplificato dalle pareti della roccia, una femmina allatta il suo piccolo e quando mi avvicino lo copre con la sua membrana alare per proteggerlo, uno sbadiglia, è un incessante arrivare e partire. Ci fermiamo per ore, è la prima volta che posso vederli così da vicino e la puzza delle loro deiezioni diventa profumo. Sulla via del ritorno passiamo per il lago Blu, una goccia di zaffiro nella foresta.

Partiamo, prossima destinazione Ishasha, al confine con il Congo, lungo la strada ci fermiamo affamati in un ristorante un po’ fuori mano, siamo soli, all’ingresso ci accolgono delle galline che razzolano tranquille, chiediamo alle ragazze che ci vengono incontro se possiamo mangiare, le ragazze si guardano tra loro e ci dicono: ..si ma solo pollo !!, guardiamo le galline e decidiamo di tenerci la fame.

Ishasha, la terra dei leoni che si arrampicano sugli alberi, giriamo per un giorno intero alla loro ricerca, ma non riusciamo ad avvistarli, incontriamo però un gruppo di ricercatori che studiano gli elefanti che popolano il parco.

Lungo una strada di un rosso africano, con buche africane, attraversiamo villaggi sperduti dove il tempo è scandito da movimenti antichi.

Passiamo per Kabale, una sosta è d’obbligo, nel mio girovagare ho scoperto una pasticceria che produce torte e biscotti al cioccolato enormi, faccio la scorta prima d’andare al ristorante al piano di sopra a mangiare un panino.

Il lago Bunyonyi incastonato tra le montagne ci aspetta, con una barca raggiungiamo l’isola di Bushara , dove passiamo la notte.

Ancora un giorno e potrò incontrare i gorilla, è da sempre che voglio vederli e adesso che ci sono ho il terrore che succeda qualcosa, paura che non mi impedisce di bere mezzo litro di latte e cacao.

Arriviamo sul lago Mutanda, non sto scherzando, si chiama proprio così, per me è quanto di più bello ci sia, c’è un’unica strada che in parte lo costeggia e porta al lodge il Magahinga Safari Lodge. Per percorrere 14 Km ci vuole più di un ora, ovviamente nella stagione secca!

La vista sui vulcani è struggente, alla sera i colori del tramonto li fanno sembrare più vicino, intorno c’è pace, le canoe scivolano sull’acqua senza lasciare traccia, le isole sparse qua e là sembrano sospese. Mi lascio travolgere dall’emozione, sento di appartenere a questo posto e mi emoziona pensare che io e i gorilla stanotte dormiamo sotto lo stesso cielo.

La sveglia è all’alba, a fatica raggiungiamo il gate del Magahinga Gorilla N.P., sbrighiamo le formalità burocratiche. Siamo i primi, piano piano arrivano gli altri turisti, 6 sono i permessi disponibili ogni giorno. Siamo tutti emozionati, ci presentiamo, veniamo tutti da paesi lontani, non sappiamo cosa dire, il ranger del parco ci spiega come comportarci, la scorta armata che ci accompagna è già pronta.

Si parte. Sono concentrata, seguo le orme della guida sento il mio cuore che batte, varchiamo i confini del parco. Fuori gli uomini, dentro i gorilla.

Il sentiero è in salita, il macete ci aiuta nel nostro avanzare, ogni tanto il ranger si ferma e si consulta con gli altri, scrutano il terreno alla ricerca di una traccia per noi invisibile. Ci fanno vedere un giaciglio notturno, nessuno di noi lo aveva notato, stanotte hanno dormito lì, siamo sulla pista giusta.

Il primo gorilla che avvisto è un piccolo che si arrampica rumoroso , i ranger emettono dei suoni rassicuranti che i gorilla riconoscono, è come se ci presentassero.

Il cuore batte all’impazzata, incontriamo tutta la famiglia, il silverback sta dormendo , è sdraiato su un fianco, le mani giunte sotto la testa, sto sognando, al nostro avanzare alza appena la testa per controllare che tutto sia a posto e poi riprende a dormire, i piccoli giocano sugli alberi, si esibiscono in acrobazie che a volte non controllano e cadono rovinosamente a terra, scommetto che sono maschi ! Una femmina ha in braccio il suo cucciolo ha un mese è piccolissimo.

Il silverback si alza, è enorme, il suo manto risplende sotto la luce del sole;

ci guarda con occhi gentili, occhi che nascondono una saggezza antica, nei quali puoi ritrovare la tua anima.

L’esperienza con i gorilla è diversa da tutte le altre, come li vedi capisci che non hai di fronte a te un animale, senti che c’è qualcosa di antico che ci lega e ci accomuna.

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E’ un esperienza totalizzante, stiamo con i gorilla un ora, li seguiamo, facciamo a gare tra di noi per stare in prima fila, per scattare più foto possibili, i ranger ci sorvegliano e ci guidano, arriva la frase che non vorremmo mai sentire:…. ancora un minuto per salutarli.

Dormiamo al Travelers Rest a Kisoro, è un luogo d’incontro per viaggiatori che amano l’Africa , la sera intorno al camino tra un piatto di tilapia e una birra si ascoltano racconti d’ avventure.

Gli ibis ci danno la sveglia, arriviamo al confine con il Rwanda che la dogana è ancora chiusa, aspettiamo, arriva il funzionario ugandese, ci controlla i passaporti e ci lascia passare, siamo nella terra di nessuno, quella compresa tra due sbarre che separano 2 stati.

Arriva il funzionario rwandese, compiliamo i moduli, li consegniamo, aspettiamo, davanti all’ufficio c’è una lunga coda, anziani, donne con i loro bambini portati sulla schiena come se non avessero peso, uomini, ragazzi; ci chiamano per primi, siamo turisti.

In dogana mi sento sempre a disagio, entriamo e ci rivolgiamo in francese in segno di gentilezza, i funzionari capiscono subito che siamo italiani e si parla……di calcio, ci ricordano di regolare l’orologio, qui siamo un ora indietro rispetto all’Uganda.

Finalmente la sbarra si alza.

Alcuni militari si avvicinano alla jeep, chiedono un passaggio, raduniamo in fretta e furia le nostre cose sparse ovunque, salgono, sono 6 e ci stringiamo per farci posto, siedono con i loro kalashnikov stretti tra le gambe, non sono mai stata così vicina ad uno strumento di morte.

Rwanda , il paese delle mille colline.

Due parole si rincorrono nella mia mente: Hutu – Tutsi, una lingua, una religione, un popolo che l’arroganza e la malvagità di noi occidentali ha condannato al genocidio.

Noi che abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo voltati dall’altra parte facendo finta di niente, noi che non sappiamo chiedere perdono, mi vergogno per me, per il mio paese, per il colore della mia pelle, dov’ero io? Cosa ho fatto io per impedire questo?

Sento su di me una cappa di dolore inespresso che mi toglie il fiato, scruto il volto delle persone che incontro per tentare di capire….. ma non ci riesco.

Dappertutto ci sono cartelli che invitano alla riconciliazione, si cerca di ricostruire la dignità di un popolo, parlo a lungo di questo con un rwandese ma non trovo risposte alle mie domande.

Il lucido pavimento bianco dell’atrio del Gorilla Nest ci accoglie, guardo i miei scarponi ricoperti di fango, cerco di pulirli come posso ma è un’impresa disperata, decido di toglierli sotto gli occhi divertiti del personale del lodge.

Una zuppa di verdure bella calda è quello che ci vuole, fa freddo e ci portano un braciere per riscaldare la stanza; la doccia può aspettare.

Il centro visitatori del Parc des Volcanos è ben strutturato, ci sono pannelli didattici e caffè per tutti. Pioviggina, le cime dei vulcani Karisimbi, Bisoke, Sabyniyo, Gahinga e Muhabura sono circondate da strati di nubi.

Le guide ci accolgono sorridenti, si vede che amano il loro lavoro. In Rwanda i gruppi di gorilla abituati ai turisti sono 5 o 6, tutti i gorilla sono controllati a vista da ranger armati che dall’alba al tramonto li sorvegliano dal pericolo dei bracconieri, si, perché sembra impossibile ma esistono ancora i bracconieri.

Si formano i gruppi, tutti abbiamo negli occhi la stessa eccitazione e la consapevolezza che stiamo per condividere un momento importante, con la macchina ci avviciniamo al punto d’incontro con la scorta armata. La strada è un insieme di massi e voragini, Tom la nostra guida , il nostro amico è bravissimo, segue un percorso immaginario che solo chi è abituato a guidare su strade africane sa scorgere nel fango.

Al punto d’incontro troviamo la scorta , ci aspetto tanti bambini con la speranza di venderci i loro disegni, Francoise il nostro ranger ci chiede di non farlo, perché non imparino ad elemosinare, il futuro di questi bambini è nella scuola e nel lavoro, l’unica vera alternativa alla povertà.

Passando per campi coltivati e piantagioni di eucalipto arriviamo ad un muro di pietre vulcaniche che segnano i confini del parco, la fame di terra si concretizza nei filari di patate che corrono a ridosso del muro.

Un ultimo briefing, le ultime raccomandazioni, il bordo dei calzoni sparisce dentro i calzettoni per evitare che le formiche e quant’altro risalgano le nostre gambe.

Il sentiero fangoso da subito s’inerpica ripido, si procede di buon passo, gocce di sudore mi scendono negli occhi, sento che l’acqua prigioniera nel mio corpo piano piano lo abbandona.

Francoise si ferma , sceglie un pezzo di bambù e lo raccoglie insieme ad un erba che assomiglia alla nostra ortica, ci spiega che queste piante le mangiano i gorilla alternando un boccone di una e dell’altra, le mangia anche lui e lancia la sfida, mi faccio avanti, se le mangia un gorilla posso mangiarle anch’io, e contravvenendo a tutte le norme igienico - sanitarie seguo il suo esempio, sono piccanti!

Lungo la strada dopo circa un ora di cammino, io e la mia compagna inglese ci fermiamo, insospettite dalla mancanza di rumori, ci giriamo e tutti gli uomini sono scomparsi, fanno pipì, ci guardiamo e all’unisono esclamiamo: uomini !!!!! Tutto mondo è paese.

La foresta che attraversiamo è bellissima, fitta, inaccessibile, ricca di vita e umida, si sente che siamo su un vulcano, incontriamo antilopi, scimmie, uccelli e vermi giganti, per non parlare dei mille piedi fuori misura, che protetti dalla loro lucida e nera corazza avanzano incessanti.

Ma ecco i gorilla!

E il sudore, la fatica e la stanchezza svaniscono di colpo, non si ha più né sete nè fame, lo spettacolo del silverback che avanza pacifico tra i rami toglie il fiato.

I gorilla sono dappertutto, divisi in piccoli gruppi, le femmine cullano i loro piccoli tra braccia possenti eppure il gesto è delicato, ci guardano, i cuccioli ci sfidano, alcuni simulano attacchi e il rumore delle nocche sul petto fa una certa impressione.

Quello che colpisce non è quello che fanno ma come lo fanno.

Giocano, si rincorrono, si grattano, si siedono come noi.

I rullini finiscono con una rapidità sorprendente, tutto sembra unico ed irripetibile.

Ad un certo punto siamo tutti così concentrati su un gruppo di giovani e non ci accorgiamo che una mamma con il suo piccolo cammina tra di noi, appoggia delicatamente la sua mano sulla spalla di un ragazzo australiano chinato per fotografare, quasi a chiedere permesso, il ragazzo si gira, pensa che sia uno di noi, il tempo si ferma………, la mamma con il cucciolo passa oltre e ignara del regalo che ci ha fatto raggiunge il suo gruppo.

Alla sera al lodge rivediamo i filmati e forse solo allora comprendiamo appieno quello che abbiamo vissuto.

Anche questa volta non andrò a visitare la tomba di Diane Fossey e di Digit, so che lei non approverebbe tutti questi turisti che violano le sue montagne e i suoi gorilla.

Tutta l’umanità ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, è grazie a lei se oggi questi primati sopravvivono.

Lasciamo il Rwanda e rientriamo in Uganda, la prossima tappa è il lago Mburu N.P..

Lungo la strada incontriamo bancarelle che vendono oggetti di vita quotidiana, quelle per turisti sono concentrate a cavallo dell’equatore, la frutta e la verdura è esposta in piramidi perfette che si susseguono in pennellate di colori. L’aroma della carne alla griglia preannuncia una cittadina, sono gli ambulanti che, con i loro spiedini di carne arrostita aspettano in prossimità degli hump i viaggiatori affamati.

Arriviamo al parco, al suo interno laghi e colline, finalmente vediamo le zebre che si spostano in piccoli gruppi. Anche qui, come in altre parti dell’Africa le mandrie dell’uomo avanzano all’interno del parco in cerca di pascoli, le mucche a fianco delle zebre e degli impala, non è un buon segno.

Arriviamo a Kampala, domani è l’ultimo giorno, la malinconia che si è impadronita di me da quando ho lasciato i gorilla si fa sempre più forte. Questa è l’ultima cena, domani è l’ultima avventura.

Jinja, un monumento ricorda che qui nasce il Nilo, il fiume della vita.

Scorgiamo un gruppo di persone che con gioia si avvicina alla riva, non capiamo cosa succede, poi vediamo e riconosciamo i gesti, è un battesimo, ci ritiriamo in silenzio, un’esperienza così intima non deve essere condivisa con dei turisti.

Il Nilo scorre veloce, ci sono rapide di quinto grado per gli amanti del rafting, ma no, grazie, mi è bastato scendere in canoa l’Ardèche, per trovarmi capovolta alla prima rapide di secondo grado, trasportata dalla corrente con la pagaia stretta in mano, e lì ho capito che il rafting non fa per me.

Il momento tanto temuto è arrivato, è il momento dei saluti, degli abbracci e delle promesse. Non ci sono parole per descrivere cosa provo ogni volta che lascio l’Uganda, è un pugno nello stomaco che mi toglie il respiro, è un magone che nasce dal cuore e sale sino agli occhi, sono lacrime di gratitudine e di disperazione che non riesco a trattenere. So che tornerò ma in quel momento so solo che sto partendo.

Paola

pa.ce@fastwebnet.it

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