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48 giorni in America Latina - 1^ parte - ECUADOR - (2008) di Pinuccio e Doni

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Diario di viaggio

In questa pagina abbiamo pubblicato il diario e le foto che riguardano i giorni passati in ECUADOR

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48 GIORNI IN AMERICA LATINA

Ecuador Perù Bolivia Cile

Luglio/Agosto 2008

Pinuccio & Doni

 

Martedi 1 luglio 2008 – Quito (Ecuador)

Eccoci arrivati a Quito la capitale dell’Ecuador, atterriamo in perfetto orario e finalmente l’ansia accumulata nei giorni precedenti il volo svanisce in un soffio facendoci dimenticare anche la brutta esperienza provata sei mesi prima nello Yemen all’aeroporto di Sana’a.

Adesso la tensione è rivolta a come reagirà il nostro fisico una volta scesi dalla scaletta dell’aereo a causa dell’altitudine di questa città e dalle medie dei 4/5000 metri che si terranno per gran parte dei 48 giorni di viaggio durante i quali visiteremo Ecuador, Perù, Bolivia e Cile insieme a nostra figlia Francesca che ci accompagna in questo lungo viaggio.

Torneremo a Quito alla fine del giro per incontrarci anche con nostro figlio Matteo e recarci tutti insieme alle isole Galapagos.

Ci rechiamo all’hotel San Francisco, scelto per la sua posizione strategica, situato proprio nel centro della città vecchia e per questo comodissimo per uscire a piedi anche dopo il tramonto aprofittando dell’ora propizia per scattare qualche foto alla bellissima cattedrale sapientemente illuminata.

Dopo un paio d’ore ci accorgiamo che la stanchezza provocata dal fuso orario comincia farsi sentire e anche se sono solamente le 20, il doppio fuso del mio orologio dice che se guardiamo l’ora italiana per noi sarebbero le 3 del mattino. Decidiamo così di tornare in albergo per cercare di riposare dato che l’indomani mattina alle 8 abbiamo appuntamento con Pedro, il nostro driver che ci accompagnerà durante la nostra permanenza in Ecuador. Prima tappa, la laguna di Quilotoa!

 

Mercoledi 2 luglio 2008 – Quilotoa > Latacunga

Come prevedibile alle 5 del mattino siamo già svegli, meglio così possiamo sistemare con calma le cose da avere a portata di mano negli zaini piccoli e chiudere definitivamente i bagagli con l’attrezzatura subacquea da lasciare qui in deposito in albergo per 40 giorni finchè non torneremo a recuperarli prima di andare alle Galapagos.

Dopo colazione conosciamo Pedro, il nostro driver in Ecuador, che puntuale ci stava aspettando nella reception dell’hotel.

Percorriamo un tratta della “Panamericana Sur” costeggiando la cima del vulcano Cotopaxi che fatichiamo a vedere a causa della fitta pioggia.

Raggiunta la cittadina di Punjili si sale verso una piacevole zona delle Ande ecuatoriane. Fortunatamente smette di piovere, lo sguardo è libero di assaporare paesaggi incantevoli dove alte montagne si alternano a verdi vallate popolate dagli Indios vestiti con i loro caratteristici ponchos colorati e l’immancabile cappello che a seconda dei luoghi cambia foggia e colore.

Verso mezzogiorno si raggiunge la laguna di Quilotoa, qui il cuore smette di battere di fronte a tanta bellezza e gli occhi si riempiono dei colori quasi innaturali dell’acqua e del cielo dovuti probabilmente alle nuvole colme di pioggia che da un momento all’altro vorrebbero riversarci addosso.

Ci si trova a circa 4000 metri di altitudine sul livello del mare sulla sommità del cratere del vulcano che, ormai inattivo, è diventato un lago dai colori incredibili, circondato tutt’intorno dalle cime dell’alta catena andina dominata dalle vette dei vulcani Cotopaxi (5897 m) e Chimborazo (6310 m).

Decidiamo di scendere giù all’interno del cratere, fino alle rive del lago, accorgendoci che bisogna percorrere stretti passaggi rocciosi alternati da larghe discese di strana sabbia vulcanica, sulla quale, vista la pendenza, si presume sia faticosa la risalita per riguadagnare i 500 metri di dislivello considerato anche che non siamo ancora acclimatati per compiere simili sforzi a queste altitudini senza procurarsi un sicuro mal di testa. Fortunatamente su al pueblo ci eravamo accordati con dei ragazzini per farci trovare, una volta arrivati giù in riva al lago, tre muli con i quali poter risalire sino al punto di partenza.

Nel pomeriggio partiamo per la cittadina di Latacunga che raggiungiamo verso sera per poter passeggiare un po’ nelle tranquille strade del centro formato da case e chiese neocoloniali molto belle e per passare la notte in un, purtroppo rumoroso, hotel che si è rivelato davvero una scelta sbagliata, dove non siamo riusciti a chiudere occhio per i continui litigi tra il personale e alcuni clienti.

 

Giovedi 3 luglio 2008 – Baños > Rio Pastaza

Sveglia alle 7, si fa per dire… dato che non abbiamo dormito; ci rifacciamo con un’ottima e abbondante colazione mangiando di tutto e di più.

Si parte per Baños di Ambato percorrendo la “via dei vulcani”, purtroppo anche oggi la cima del Cotopaxi resta nascosta dalle nubi di un violento acquazzone. Fortunatamente quasi nei pressi di Banos smette di piovere, riusciamo così a scorgere il vulcano Tungurahua la cui attività era in quei giorni in pieno fermento, tanto che parecchi operai stavano sistemando la strada invasa dalla sua lava.

Una volta entrati in paese ci rechiamo all’hotel dove ci viene presentato Ivan il quale, oltre ad essere il proprietario, si rivela anche ottima guida accompagnandoci di persona a visitare le bellezze dei dintorni.

Salutiamo Pedro con il quale ci diamo appuntamento dopo tre giorni quando cioè tornerà a prenderci per continuare il cammino verso sud.

Vista l’ora decidiamo di uscire subito a fare quatro passi per le vie di questa graziosa cittadina di montagna alla ricerca di un posto dove poter pranzare. Camminando rimaniamo stupiti dai prezzi esposti sulle vetrine dei ristorantini locali: 1,50 usd per un pasto completo composto da un piatto di zuppa di verdura, una porzione di pollo o carne asada accompagnata da riso, patatine fritte, pomodori, lenticchie ed un bicchiere di cola… incredibile, decidiamo di entrare più che altro per la curiosità di verificare se per davvero ci avrebbero servito tutto quello scritto in vetrina; inutile dire che eravamo gli unici turisti in mezzo alle decine di avventori, tutti ecuadoregni, per lo più commesse di altri negozi o operai della zona e che il cibo è stato da noi apprezzato!

Dopo pranzo torniamo in albergo per l’appuntamento con Ivan che gentile e disponibile ci accompagna a vedere parecchie cascate che riversano le loro acque nel Rio Pastaza tra le quali la turbolenta Manto de la Novia. Con la “tarabita”, una rudimentale teleferica usata dai locali, decidiamo di attraversarlo e di andare sulla riva opposta provando una scarica di adrenalina pura quando a metà percorso rimaniamo fermi e sospesi nel vuoto per alcuni minuti ad un’altezza considerevole ammirando così le cascate da un altro punto di osservazione.

Per cena abbiamo chiesto alla moglie di Ivan di prepararci qualcosa di locale, ci propone un piatto caratteristico della zona, purtroppo non ricordo il nome ma assomiglia molto ad una specie di goulash che decidiamo di annaffiare con un’ottima bottiglia di vino, un cabernet sauvignon cileno che ci farà anche dimenticare il freddo pungente che scende dalle cime innevate che circondano Banos.

 

Venerdi 4 luglio 2008 – Foresta Amazzonica

Questa mattina equipaggiati solamente con gli zaini leggeri contenenti lo stretto necessario per vivere qualche giorno di avventura nella giungla, partiamo per l’Amazzonia. Infatti un centinaio di chilometri ad oriente, si trova la cittadina di Puyo, dove abbiamo appuntamento con una famiglia indigena che ci accompagnerà nella foresta per farci vivere nel loro accampamento cucinando e mangiando tutti insieme quello che la natura del luogo ha da offrirci.

Dopo circa un’ora di fuoristrada camminiamo per altrettanto tempo nella giungla aprendoci il cammino col machete affondando gli stivali nel fango fino a raggiungere l’accampamento dove vivono i genitori di Cecilia. Dopo la presentazione proseguiamo lungo il fiume finchè non raggiungiamo una zona collinare strategica sia per il panorama che offre sia per la sicurezza che il fiume non possa arrivare fin quassù portandosi via tutto.

Qui ci vengono assegnate le nostre capanne sospese su palafitte per tenere lontani gli animali e l’acqua del fiume, non hanno porte e i letti fatti con delle assi di legno inchiodate, sono provvisti di zanzariere. Ovviamente non c’è luce, se non quella della candele o delle nostre torcie, e neppure acqua se non quella del fiume.

Dopo aver sistemato le nostre quattro cose e aver ammirato il luogo che ci circonda raggiugiamo la famiglia Indios attirati dal fuoco appena acceso necessario per cucinare alcuni pesci pescati poco prima ed arrotolati all’interno di cartocci improvvisati con delle foglie appena raccolte e che poi, una volta srotolate fungeranno anche da piatto sistemandoci sopra il pesce con del riso e una fresca insalata di pomodori e cipolle ed un tubero tipo………

I pasti vengono consumati tutti insieme ed Enrique ci fa notare che le posate sono solo per noi dato che loro non ne fanno uso e che lui va matto per le teste dei pesci, ne è talmente ghiotto che si ciuccia tutte quelle che gli capitano a tiro… anche le nostre, dice che contengono molte proteine!

Dopo pranzo Doni e Francesca vengono accompagnate per un’escursione di alcune ore nella giungla sino a raggiungere un punto panoramico che poi mi dicono essere bellissimo, situato sulla collina più alta dalla quale si domina tutto il paesaggio sottostante composto da un labirinto di fiumi, canali ed affluenti.

Io decido di recarmi da solo in un punto molto suggestivo dove confluiscono due fiumi, il più grande è Rio Pastaza mentre quello più piccolo è il Rio Puyo.

Qui lo sguardo è libero di spaziare verso l’infinito della foresta amazzonica che sembra non terminare mai. Il rumore dell’acqua mi tiene compagnia mentre scrivo queste righe. Ad un certo punto alzo lo sguardo al cielo e vedo un’aquila che vola verso di me, in men che non si dica è talmente vicina che rimango immobile ad ammirarla, estasiato al punto che per non perdere nemmeno un attimo di questo meraviglioso momento dimentico persino di tirar fuori la canon dalla borsa.

Questi momenti mi regalano una felicità indescrivibile, non mi par vero di essere immerso in questa natura talmente immensa da sembrare irreale.

Di fronte a me, a 8 giorni di cammino o 3 di canoa si arriva al confine con l’amazzonia peruviana. Mi piace pensare che tutta quest’acqua trasportata da centinaia di fiumi e migliaia di affluenti alla fine arriverà a formare il più grande fiume del Mondo: il Rio delle Amazzoni!

Alle mie spalle a parecchi chilometri di distanza, adesso che le nuvole si sono diradate, si riescono a scorgere le sagome dei vulcani, le cui vette a 6000 metri sul livello del mare, fanno da cornice alla parte occidentale dell’Ecuador.

 

Sabato 5 luglio 2008 – Foresta Amazzonica

Finalmente questa mattina è apparso un caldo sole che ci terrà compagnia per tutta la giornata, è la prima volta da quando siamo in Ecuador!

Col sole tutto è ancora più bello, i colori più vivi intensificano l’azzurro del cielo che si amalgama col verde della foresta creando uno scenario da favola.

Siamo felici perché oggi dobbiamo raggiungere la cascata sacra che si trova ad un paio d’ore di cammino nella giungla dal nostro accampamento.

Ci hanno spiegato che sotto la cascata si è formato un laghetto dove l’acqua freschissima e pulita è talmente invitante da non poter resistere dal fare il bagno, quindi ben venga il caldo sole che ci asciugherà dopo esserci rinfrescati.

Dopo un’abbondante colazione a base di frutta tropicale, gli Indios ci dicono che non possiamo assolutamente presentarci così di fronte alla cascata sacra. Quindi mandano dei bambini a raccogliere dei frutti bordeaux che all’apparenza si presentano come dei ricci di castagna, una volta aperti scopriamo che contengono un liquido rosso intenso con il quale, mediante l’uso di un rametto intinto nel frutto, veniamo dipinti sul volto con dei disegni perfettamente simmetrici. Così dopo alcuni minuti siamo tutti e tre tatuati e pronti ad incamminarci seguendo Enrique che con il suo machete apre un varco lungo il sentiero. A volte taglia dei rami per spiegarci i benefici della pianta in questione e che loro dalla giungla devono saper sfruttare qualunque risorsa per alimentarsi, per poter bere anche in assenza d’acqua e per curarsi appunto con le piante. Ci ha colpito in particolare la pianta “sangue di drago” perché, dopo una leggera incisione della corteccia, ha cominciato a sanguinare. Il liquido si presenta di un colore identico al nostro sangue sgorgando esattamente come se uscisse da una ferita. Una volta immerso il dito in questo liquido rosso, lo si passa sulla puntura di zanzara notando che si trasforma in una densa pomata bianca in grado di curare le ferite degli insetti.

Interessante conoscere anche uno dei molti sistemi con il quale gli indios si procurano da bere in caso di necessità. Una pianta di bambù viene incisa col machete in modo tale che avvicinando le labbra al foro si possa bere l’acqua che inizia a sgorgare dall’interno della pianta. A turno l’abbiamo bevuta notando che non era nemmeno poca ed a parte una punta di amarognolo era buona, fresca e dissetante!

Dopo un paio d’ore di cammino, cominciamo a sentire il rumore causato dalla cascata fino a che dopo una manciata di minuti ecco che finalmente si apre di fronte a noi un magnifico scenario naturale dove la cascata sacra si presenta con un bel salto di una quarantina di metri che finisce in un invitante laghetto dove ci tuffiamo per il meritato refrigerio dopo la lunga marcia incuranti di quanto l’acqua sia gelida non prima di aver intonato tutti in coro un urlo propiziatorio perché nulla ci succeda quando entreremo in acqua e passeremo sotto la cascata per raggiungere il lato opposto.

Siamo soli, non c’è ancora nessuno, ce la godiamo un mondo, nuotiamo, ci immergiamo, passiamo sotto il grande salto d’acqua per poi uscire e farci asciugare dal sole sdraiati sulle rocce.

Sulla via del ritorno, dopo circa un’ora di cammino, arriviamo al Rio Puyo dove incontriamo un tizio con una canoa ricavata da un tronco scavato disposto ad accompagnarci per scendere lungo il fiume fin quasi ad arrivare al nostro accampamento che raggiungiamo dopo una quarantina di minuti durante i quali ammentto di aver temuto per la mia attrezzatura fotografica a causa delle rapide e i grossi massi che riuscivamo ad evitare per un soffio e l’acqua che inesorabilmente continuava ad entrare a bordo dalle numerose infiltrazioni obbligandoci a sgottare di continuo con rudimentali mezzi di fortuna.

Verso le 16 ci incontriamo con Ivan e ripartiamo per Banos in fuoristrada dove arriveremo giusti per l’ora di cena. Avevamo chiesto a sua moglie di prepararci una succulenta specialità locale, il cuy arrosto, conosciuto da noi con il nome di porcellino d’India, una sorta di grosso criceto. Arrostito intero e poi tagliato dopo la cottura viene servito con patate al forno, fagioli, cipolle e altre verdure a volte anche con uvetta sultanina. Non è cattivo ma una volta cucinato alla vista ricorda molto le sembianze di un topo arrosto, occorre quindi vincere una certa riluttanza verso questo animale per poter gustare il cuy sino in fondo.

 

Domenica 6 luglio 2008 – Chimborazo > Riobamba

Da Banos risaliamo verso nord fino ad Ambato, poi percorriamo la strada che conduce sull’altopiano dell’Arenal.

La meta di oggi è Riobamba che raggiungeremo dopo aver ammirato un paesaggio maestoso dominato dalla cima più alta dell’Ecuador: il Chimborazo.

Ci troviamo all’interno di un parco dove le vigogne sono protette e si riescono a vedere in libertà. Purtroppo la giornata viene rovinata da due loschi individui che, sbarrando la strada che sale al rifugio, ci chiedono del denaro per lasciarci proseguire. Dal loro modo di fare risulta evidente che si tratta di abusivi, decidiamo quindi di non pagare per non alimentare questo traffico sperando che a lungo andare perdano questa cattiva abitudine. Col senno del poi, ci siamo pentiti di non aver avuto la presenza di spirito minacciandoli di chiamare la polizia invece di privarci della visita al rifugio dal quale avremmo potuto godere di uno stupendo panorama.

Fortunatamente il nostro hotel si trova fuori città in aperta campagna, ci viene assegnata una camera bellissima e molto spaziosa con tanto di camino acceso e una grande balconata dalla quale si gode di una vista magnifica della valle sottostante.

 

Lunedi 7 luglio 2008 – Ingapirca > Cuenca

Anche oggi non tutto fila liscio.

Da Riobamba sappiamo che parte il treno che conduce alla famosa “Nariz del Diablo”, famoso perché è possibile sistemarsi sul tetto dei vagoni per osservare meglio i bellissimi squarci di paesaggio andino.

Purtroppo una volta giunti in stazione per acquistare i biglietti veniamo a sapere che la partenza del treno non è più giornaliera ma solamente un paio di volte la settimana; il prossimo parte fra due giorni, non possiamo aspettare quindi percorriamo in auto la medesima strada altrettanto spettacolare anche se meno suggestiva.

Nel pomeriggio arriviamo al sito di Ingapirca, si tratta del maggior sito archeologico Inca dove domina un tempio a forma ellittica ancora in perfette condizioni situato ad un’altitudine di 2800 metri. Al momento dell’acquisto del biglietto scopriamo che insieme ci viene fornita una giovane guida locale la quale ci spiega molto bene come veniva organizzata la vita al tempo degli Inca.

In serata raggiungiamo la bella e caratteristica città coloniale di Cuenca dopo un viaggio lungo tra paesaggi maestosi e piacevoli che compensano grandemente la fatica.

Una volta giunti a Cuenca io e Doni (Francesca rimane in albergo per riposare un po’) iniziamo subito la ricerca di un posto dove cenare aproffittando anche, durante la passeggiata, per scattare suggestive foto alle innumerevoli chiese, molto belle ed illuminate ad arte.

 

Martedi 8 luglio 2008 – Cuenca > Guayaquil

Doni non resiste al motivo principale per il quale è voluta venire a Cuenca, così di primo mattino chiediamo di poter visitare una fabbrica dei famosi cappelli “panama”!

E’ stato interessante vedere tutto il processo di lavorazione scoprendo così che, per fare un singolo cappello panama, una persona può impiegarci da un solo giorno fino a 6 mesi di lavoro, in base alla finezza della fibra usata dalla quale nasce poi la differenza di prezzo tra un cappello e l’altro che può variare dai 10 ai 1500 dollari. Doni fortunatamente (per me) si accontenta di un panama da 80 dollari… diciamo che mi è andata ancora bene!

Dopo essere tornati in hotel a depositare il prezioso e delicato oggetto, decidiamo di andare alla ricerca del mercato camminando con piacere lungo le vie e le piazze di Cuenca. Il mercato si rivela una fonte inesauribile di occasioni per poter fotografare i numerosi indigeni che scendono dalle montagne in città per vendere le loro merci.

Nel pomeriggio partiamo pet Guayaquil, la strada inizialmente ci porta a quota 4800 metri attraversando il Parco Nazionale del Cajas per poi iniziare la lunga discesa fino alle coste bagnate dall’Oceano Pacifico. In quota la nebbia è fortissima, poi man mano che si dirada scopriamo che la vegetazione è cambiata mostrandoci la sua folta foresta tropicale, poi scendendo ancora verso il mare siamo circondati da piantagioni di cacao, banane e canna da zucchero.

Dopo 5 ore arriviamo a Guayaquil, rimaniamo sconvolti dal traffico, dall’odore di smog e dal caldo umido al quale non eravamo più abituati… fortunatamente l’indomani partiremo subito per la cittadina costiera di Puerto Lopez.

La sera a cena conosciamo di persona Luca Arnoldi, organizzatore del viaggio da noi progettato, con il quale chiariamo alcuni dubbi, soprattutto per quanto riguarda i disordini in Bolivia, dove arriveremo passando dal Perù.

Luca ci tranquillizza dicendoci che terrà monitorato il nostro itinerario contattandoci in caso di forzata evacuazione.

Dopo cena ci accompagna sul lungo fiume di Guayaquil spiegandoci che la città è stata oggetto negli ultimi 10 anni di importanti progetti urbanistici, infatti sia il lungo fiume che il centro sono ora molto accoglienti ed interessanti anche se, a nostro parere, una sera è più che sufficiente, tanto che non riusciamo a capire come possa resistere a vivere qui per 5/6 mesi l’anno!

 

Mercoledi 9 luglio 2008 – Guayaquil > P. Lopez

Il mattino di buon’ora lasciamo Guayaquil per recarci a Puerto Lopez che si trova a cinque ore di auto sulla costa dell’Oceano Pacifico. Inizialmente la strada è monotona ma poi, una volta arrivati in vista del mare, si cominciano ad attraversare colorate e vivaci cittadine costiere dove la pesca (e non il turismo) è ancora la fonte principale di reddito per gli abitanti.

Ad un certo punto la strada, circondata da una fittissima foresta tropicale, inizia a salire fino a quando, dopo una curva, si presenta dinnanzi a noi una grande insenatura con una lunghissima spiaggia dorata dove le barche dei pescatori attendono l’alta marea per prendere il mare, finalmente siamo arrivati e dall’alto della strada scopriamo che Puerto Lopez a differenza dei villaggi incontrati prima non è nemmeno tanto piccola anche se la si può tranquillamente attraversare a piedi.

Si presenta come una bella cittadina dove tutto ruota intorno alla spiaggia dimora di centinaia di barche di pescatori e dove per gli spostamenti vengono usati dei risciò ricavati da una motocicletta segata in due all’altezza della ruota posteriore e saldandoci la parte destinata a far accomodare i clienti.

Una volta arrivati all’ Hostal Mandala prendiamo subito accordi per l’indomani mattina per poter concretizzare il motivo della visita che ci ha portati sin qui. Vogliamo infatti uscire in barca per poter ammirare da vicino le balene che in questo periodo dell’anno si riuniscono qui, dove l’acqua è più calda, provenienti dalla lontana e fredda Patagonia Cilena, per partorire ed accoppiarsi.

L’hostal si trova fuori dal centro abitato, immerso in un bellissimo giardino botanico. Il pomeriggio lo passiamo passeggiando sulla lunga spiaggia fino a d arrivare davanti al paese facendo conoscenza con alcuni pescatori del posto i quali ci spiegano che stanno aspettando l’ora giusta dell’alta marea per poter uscire in mare con le loro barche.

La sera a cena facciamo conoscenza di Attilio, proprietario insieme a Maya del Mandala, il quale ci racconta, davanti ad un gustoso “negroni”, delle sue vicissitudini e della invidiabile lontananza dall’Italia che ormai risale al 1986!

 

Giovedi 10 luglio 2008 – Puerto Lopez

Finalmente ecco arrivato il momento che ci ha portato in questa zona remota dell’Ecuador. Durante i mesi di luglio e agosto le balene si radunano in questo settore di mare, come già detto, per partorire ed accoppiarsi, noi non vediamo l’ora di poterle avvicinare il più possibile grazie alle barche dei locali, i quali sanno fino a che punto si può osare senza recare loro disturbo.

Verso le 11 ci troviamo a 3 o 4 miglia dalla costa che ormai fatichiamo ad intravedere. Il comandante ad un certo punto vira deciso così capiamo che ha sicuramente avvistato qualcosa. Ed ecco che dopo alcuni istanti finalmente anche noi notiamo il caratteristico soffio e subito dopo vediamo il dorso della balena che immergendosi ci mostra la sua magnifica coda. La seguiamo finche scopriamo che ce ne sono molte altre, almeno cinque o sei. Queste balene ci regalano momenti emozionanti ma il culmine lo raggiungiamo quando un grosso maschio inizia a fare salti fuori dall’acqua. Molto probabilmente per mostrare la sua abilità alle femmine ci cimenta portando le sue 25 tonnellate in verticale cascando poi di schiena sull’acqua producendo un enorme e altissimo spruzzo.

 

Venerdi 11 luglio 2008 – P. Lopez (Ecuador) > Lima (Perù)

La mattina presto, prima di ripartire (a malincuore) per Guayaquil, dove ci attende il volo per Lima, la capitale del Perù, decidiamo di andare ad assistere al rientro delle barche dei pescatori.

La prima cosa che notiano è che la spiaggia, pur essendo le 6 del mattino, è affollatissima. Ci sono persino delle bancarelle dove stanno già cucinando in modo tale che i pescatori al rientro dopo una lunga notte passata in mare, possano trovare di che rifocillarsi.

Quando una barca si avvicina a riva, il comandante grida alla gente quello che hanno pescato, improvvisamente decine e decine di avventori corrono in acqua per salire a bordo offrendo danaro in cambio del pescato, accapparandosi così, se il comandante accetta l’offerta, il pesce al miglior prezzo.

A riva numerosi pick up sono pronti per riempire i cassoni di quintali e quintali di pesce, siamo rimasti un po’ male quando in uno di questi abbiamo notato 9 squali, ormai morti, di circa 3 metri di lunghezza. Fortunatamente non gli erano state amputate le pinne per il mercato orientale per poi essere gettati in mare a morire, ma ci è stato assicurato che in Ecuador viene consumato tutto.

Alle 10.30 arriva il coche per accompagnarci all’aeroporto di Guayaquil dove abbiamo il volo per il Perù, spieghiamo al driver che ci rivedremo tra poco meno di un mese, quando alla fine del nostro giro sudamericano, torneremo in Ecuador per incontrarci con nostro figlio Matteo e recarci alle Isole Galapagos per fare una meravigliosa crociera subacquea tutti insieme.

Una volta atterrati a Lima e ritirati i bagagli, impieghiamo quasi 2 ore per percorrere i circa venti chilometri prima di giungere all’hotel prenotato rimanendo stupiti di quanto è grande questa città di mare sorta su di un deserto che oggi conta 9 milioni di abitanti.

Andando verso la zona residenziale di Miraflores, scopriamo che il traffico è veramente tanto, chiusi nel nostro minibus bloccati tra centinaia di auto, non possiamo non notare l’enorme quantità di locali moderni dalle mille luci, ipermercati, discoteche, concessionarie di auto di lusso, pub, night club, pizzerie per chilometri e chilometri tutti invasi da migliaia di persone. Scopriamo così una città ricca e al passo coi tempi dove però ci viene vivamente sconsigliato di passeggiare nel centro per la sua nota pericolosità. Ceniamo così nel ristorante dell’hotel, cibo ottimo innaffiato da un buon vino “tinto” cileno!

In questa pagina abbiamo pubblicato il diario e le foto che riguardano i giorni passati in ECUADOR

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